Il nuovo report “Nuclear Energy Innovation 2025” della School of Management del Politecnico di Milano chiarisce un punto essenziale. Ovvero che anche avviando ora tutto il processo, il nucleare tornerà a incidere realmente sul sistema energetico italiano solo nella seconda metà del secolo. Lo studio stima che la prima centrale possa entrare in funzione nel 2040, con una produzione prevista di circa 13 terawattora. È un risultato che darebbe al Paese un primo contributo, ma ancora troppo limitato per modificare la struttura del mix energetico.
Per arrivare a un impatto davvero significativo bisognerà aspettare il 2050, anno in cui la capacità installata potrebbe raggiungere gli 8GWh con una produzione di 64TWh. Si tratterebbe di una quota sufficiente a ridurre fortemente la dipendenza da combustibili fossili e a compensare in parte la variabilità delle rinnovabili.
Competenze già presenti, ma servono norme chiare e decisioni rapide in Italia
L’analisi del Politecnico di Milano mette in evidenza come la debolezza italiana non sia tecnica. Il Paese possiede infatti una filiera industriale avanzata e competitiva, soprattutto nelle tecnologie SMR e AMR, considerate la nuova frontiera del nucleare modulare. L’Italia, secondo lo studio, rappresenta addirittura il 24% dei fornitori europei coinvolti nei progetti di nuova generazione, un dato che rivela una leadership spesso ignorata nel dibattito pubblico.
Ciò che manca, invece, è un quadro regolatorio moderno e processi autorizzativi più rapidi. Secondo gli esperti, la fase compresa tra il 2025 e il 2030 dovrà servire per costruire la base normativa e scientifica indispensabile al ritorno del nucleare. Il decennio successivo dovrà invece essere dedicato alla costruzione degli impianti, mentre dopo il 2040 sarà necessario consolidare la capacità operativa e far crescere l’integrazione con il resto del sistema energetico.
Senza un’accelerazione immediata, però, il rischio è perdere la finestra industriale più rilevante dell’ultimo ventennio. Il direttore di Energy&Strategy, Vittorio Chiesa, sottolinea come il nucleare potrebbe contribuire in modo sostanziale alla decarbonizzazione, ma solo a patto che l’Italia intervenga presto su governance, autorizzazioni e sviluppo della supply chain. La strada è tracciata. Resta da capire se il Paese avrà la volontà politica e la velocità necessaria per percorrerla prima che il resto del mondo corra troppo avanti.
