Di recente l’Unione Europea si è schierata a favore dei consumatori emanando alcune norme decisamente importanti per garantire la massima longevità di alcuni prodotti, tutto ciò si è reso necessario sia per evitare una senescenza anticipata degli smartphone e in generale dei prodotti tecnologici sia per evitare un’eccessiva produzione dei rifiuti informatici ritenuti un nemico assoluto dell’ambiente, tutto ciò si è tradotto in un aumento significativo degli anni di supporto software da parte delle società che hanno iniziato ad avviare politiche in grado di garantire addirittura sette anni di aggiornamenti maggiori per i dispositivi.
Ovviamente tutti i consumatori sono rimasti entusiasti di questo cambiamento poiché ciò consente loro di godere di tutte le funzionalità più aggiornate per molto più tempo, portando di fatto a sostituire il proprio smartphone con una cadenza meno accentuata rispetto al passato, cosa che ovviamente si traduce in un risparmio economico a lungo termine, decisamente evidente.
Il cavillo di Motorola
Non tutte le società però hanno accolto questo cambiamento allo stesso modo, a quanto pare Motorola infatti non è rimasta particolarmente entusiasta di questa decisione del governo europeo al punto da essere arrivata ad analizzare la normativa in modo profondo per cercare un punto su cui portare avanti la propria tesi in contrasto, tale punto tra l’altro è stato trovato, scopriamo insieme di cosa si tratta.
Il nuovo regolamento secondo la commissione europea dovrebbe consentire un minimo di aggiornamenti pari alla durata di cinque anni, ma Motorola all’interno del regolamento stesso ha trovato un passaggio che le consente di esigere l’appropria tesi contro questo obbligo, nello specifico il è passaggio chiave dell’Allegato 2, Titolo 1.2, paragrafo 6(a), si legge che i produttori “devono, se forniscono aggiornamenti di sicurezza, correttivi o funzionali, renderli disponibili gratuitamente per almeno cinque anni”.
Per la società, quel piccolo sé fa tutta la differenza del mondo e viene utilizzato dall’azienda per mantenere, esattamente come prima, un ciclo di aggiornamenti più breve rispetto a quelli che invece prevede l’Unione Europea, segno di come una semplice parola all’interno di una normativa così delicata possa fare la differenza sotto vari aspetti, al momento la commissione europea non ha rilasciato repliche ma sicuramente queste ultime non tarderanno ad arrivare.
