Negli ultimi anni si è assistito a una diffusione crescente dei sistemi di verifica dell’età su piattaforme social e siti pornografici, spesso basati su documenti, selfie video o tecniche di riconoscimento tramite AI. Molti governi, Italia compresa, li stanno adottando per limitare l’esposizione dei minori ai contenuti per adulti. Un recente studio del Phoenix Center, organizzazione no-profit statunitense, sostiene però che questi strumenti non riescano a raggiungere l’obiettivo, pur introducendo costi significativi sul piano della privacy.
La ricerca si concentra sul rapporto costituzionale tra costi e benefici. Secondo il principio analizzato, una legge che limita la libertà individuale deve produrre un beneficio superiore rispetto al danno arrecato. Nel caso delle verifiche dell’età, i ricercatori sostengono che il sistema riesca a bloccare solo una parte dei minori, mentre al tempo stesso impone a tutti — adulti inclusi — un obbligo invasivo, potenzialmente lesivo del diritto all’anonimato.
Uno degli argomenti centrali dello studio riguarda la facilità con cui gli adolescenti più tecnologicamente esperti riescono ad aggirare i blocchi. I dati raccolti attraverso Google Trends mostrano che, negli Stati USA in cui siti come PornHub si sono auto-oscurati per protesta contro le nuove leggi, si è registrato un immediato aumento delle ricerche per la parola VPN. L’interpretazione fornita è chiara: chi è abbastanza pratico da accedere ai contenuti per adulti conosce anche gli strumenti necessari a eludere i controlli.
Un problema che va oltre la tecnologia
La conseguenza è che i sistemi di verifica finiscono per penalizzare soprattutto gli adulti, che diventano il gruppo più esposto ai disagi burocratici e ai rischi legati alla raccolta dei dati. Inoltre, tali provvedimenti spesso non coprono tutti i siti, aprendo ulteriori margini di elusione. Non sorprende quindi che lo studio definisca queste misure poco efficaci sul piano educativo e difficili da giustificare sul piano costituzionale.
Il tema non è nuovo. Già lo scorso marzo un’analisi condotta da diverse università, tra cui quella di New York, aveva evidenziato limiti analoghi. L’ultimo studio contribuisce così a rafforzare una visione critica sulle attuali strategie, suggerendo che la protezione dei minori richieda strumenti più complessi dell’obbligo formale di verifica dell’età.
