Nel laboratorio svizzero di FinalSpark, i chip tradizionali non hanno più il ruolo da protagonisti: al loro posto ci sono piccoli gruppi di neuroni umani che, in provetta, vengono addestrati a eseguire operazioni logiche. È la frontiera della biocomputazione, un campo dove la materia viva prende il posto del silicio e dove l’intuizione sembra fondersi con l’audacia scientifica. Fred Jordan, co-fondatore della start-up, non ha dubbi: «Invece di imitare il cervello, usiamo direttamente il cervello». E così, tra provette e elettrodi, nascono processori biologici capaci di apprendere, seppur in modo rudimentale, come una rete neurale artificiale, ma con un’efficienza energetica incomparabile.
Piccoli cervelli, grandi ambizioni: la rivoluzione dei computer viventi
Ogni organoide cerebrale, grande quanto il cervello di un moscerino, contiene circa 10.000 neuroni. È un numero minuscolo se confrontato con i cento miliardi di neuroni di una mente umana, ma già sufficiente per reagire a stimoli elettrici, inviare segnali interpretabili come “1” e “0” e persino mostrare i primi rudimenti di apprendimento. I ricercatori inviano impulsi e osservano i neuroni rispondere, rafforzando i comportamenti desiderati con dopamina, la sostanza chimica del piacere. È un po’ come addestrare un mini cervello: le cellule imparano a ripetere quello che funziona, un meccanismo che ricorda, in piccolo, i grandi circuiti del nostro pensiero.
Nonostante il fascino, il sistema resta fragile. Gli organoidi non hanno vasi sanguigni, vivono al massimo quattro mesi e, una volta morti, non possono essere “riavviati”. Spesso, negli ultimi istanti, rilasciano un picco improvviso di attività, come un ultimo lampo di vita elettrica che i ricercatori osservano con un misto di emozione e rispetto. Ma anche con questi limiti, il potenziale è enorme: secondo Jordan, i neuroni biologici sono fino a un milione di volte più efficienti dei chip tradizionali, e questo rende la biocomputazione non solo innovativa ma anche sostenibile.
La biocomputazione prende il posto dei chip
L’interesse internazionale cresce rapidamente. Dieci università collaborano con FinalSpark, mentre un flusso video mostra i neuroni in azione in tempo reale, quasi come se il laboratorio offrisse uno sguardo diretto nella vita di un cervello in miniatura. Esperimenti analoghi in Australia e negli Stati Uniti esplorano l’apprendimento dei neuroni e lo studio di malattie come Alzheimer e autismo, ampliando le possibilità della ricerca biologica e informatica.
Eppure, è importante sottolineare che non si tratta di cervelli coscienti: gli organoidi non hanno sensazioni né consapevolezza. Collaborando con bioeticisti, FinalSpark si assicura che la ricerca rimanga eticamente corretta, spingendo al contempo i confini della scienza. Questi mini cervelli in provetta potrebbero non solo rivoluzionare i computer, ma anche offrirci una nuova lente per comprendere il nostro stesso cervello, aprendo scenari che fino a pochi anni fa appartenevano soltanto alla fantascienza.
