E’ ora di smetterla di guardare solo al portafoglio, o meglio, al Prodotto Interno Lordo (PIL). Quello che per decenni è stato il metro di giudizio universale per misurare il successo di un Paese è ormai inadeguato, o per lo meno, non può più essere l’unico che conta. Ce lo dicono chiaro e tondo alcuni ricercatori britannici che hanno pubblicato il loro lavoro su una rivista autorevole come Nature.
Crescita economica a ogni costo? Il pianeta e le persone stanno pagando il conto
L’idea è semplice e spietata: la rincorsa sfrenata al PIL ha fallito nel suo intento di portare benessere diffuso. Il team di ricercatori ha messo sotto la lente d’ingrandimento ben 35 parametri, analizzando il loro andamento tra il 2000 e il 2022. Cosa è emerso? L’economia globale è praticamente raddoppiata, un risultato impressionante. Peccato che questa crescita non sia stata per nulla equa. Anzi, ha generato o, peggio, acuito le disuguaglianze in modo drammatico.
La realtà è dura da accettare: in sostanza, la ricchezza di una parte del mondo è stata costruita, letteralmente, sulle spalle di un’altra. I numeri sono impietosi: circa il 42% degli abitanti del pianeta è ancora privo di beni essenziali. Ma non è solo un problema di portafoglio. Il paradosso è che i Paesi più ricchi, quel 20% al top, sono gli stessi che hanno causato oltre il 40% dei danni ambientali. Una doppia beffa, insomma: non solo non hanno risolto le ingiustizie sociali, ma hanno anche portato il nostro pianeta sull’orlo del collasso ecologico.
Siamo arrivati a un punto cruciale, una vera e propria curva cieca: non c’è più tempo da perdere. Per centrare gli obiettivi sociali globali che ci siamo dati per il 2030, dovremmo accelerare la nostra azione cinque volte più velocemente di quanto stiamo facendo ora. E per rimettere in sesto il fronte ambientale, l’accelerazione richiesta è doppia. Non è un aumento marginale, è una vera e propria marcia forzata.
L’elemento più radicale e stimolante che emerge da questo studio è la necessità di un cambio di paradigma. Dobbiamo smetterla di far ruotare tutte le nostre valutazioni intorno al PIL. Non possiamo più permetterci di misurare la salute di un Paese solo in termini di soldi prodotti. Dobbiamo, invece, riprogrammare l’economia da zero, disegnando un futuro dove le necessità sociali e il rispetto ambientale non siano optional, ma i pilastri portanti. Serve un equilibrio vero tra l’economia che ci fa prosperare, il benessere umano che ci fa vivere bene, e un clima che non ci distrugge.
Andrew Fanning, del Doughnut Economics Action Lab (Deal) e dell’Università di Leeds, lo spiega perfettamente: “La nostra analisi evidenzia che, nonostante la rapida crescita economica globale, l’umanità sta ancora lasciando miliardi di persone in condizioni di privazione, spingendo la Terra oltre i suoi limiti di sicurezza”. Il mondo è fuori asse, e la soluzione non è fare più soldi, ma ridisegnare i nostri sistemi economici per garantire il benessere umano e la salute del pianeta contemporaneamente.
