Il lungo braccio di ferro tra Donald Trump e YouTube si è concluso con un assegno da 24,5 milioni di euro. La piattaforma ha scelto di evitare l’aula e chiudere definitivamente una causa nata dopo il blocco seguito all’assalto del 6 gennaio. Una parte consistente, 22 milioni, sarà destinata al Trust for the National Mall, impegnato nella costruzione della nuova White House State Ballroom. Il resto andrà a querelanti minori. Il gesto non cancella la frattura politica e mediatica aperta allora. È davvero possibile mettere un prezzo a un conflitto che ha travolto la democrazia digitale? Ebbene, pare proprio di sì.
Il peso dei precedenti accordi sulla scelta di YouTube
L’intesa con YouTube segue quelle già firmate da Meta e X, rispettivamente con esborsi di circa 25 e 10 milioni. Qui, Google, proprietaria di YouTube, non voleva superare la cifra raggiunta dal colosso di Mark Zuckerberg, ma non tanto per il denaro in sé. Non si è trattato solo di contabilità, ma di simboli. Ogni euro versato misura il potere delle big tech e il timore di un precedente giuridico scomodo. La sospensione dei profili su di Trump, motivata dal rischio di violenze reali, aveva diviso il mondo. Alcuni vedevano in quella scelta un atto di responsabilità, altri la consideravano una censura politica mascherata da tutela pubblica. Chi aveva ragione?
YouTube ha mantenuto la sospensione per oltre due anni. Nel marzo 2023, dopo aver valutato i rischi, ha riaperto il canale dell’attuale ed allora ex presidente. L’argomento fu la necessità di garantire agli elettori l’accesso diretto a tutte le voci politiche. Da allora Trump ha ripreso a usare il mezzo come strumento centrale della propria comunicazione. Recentemente, un suo video creato con intelligenza artificiale e dai toni quasi complottisti è stato rimosso, ma l’episodio ha alimentato nuove polemiche. Quanto è sottile il confine tra libertà e disinformazione? Le piattaforme digitali possono davvero decidere il destino del dibattito politico? L’accordo economico chiude la causa, ma lascia aperte domande che pesano sul futuro della democrazia connessa.
