Quando Roscosmos annuncia una data, l’attenzione si accende. Questa volta è toccato al Soyuz-5, il nuovo razzo che dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2025. Per i russi non è un progetto qualunque, ma il tentativo di chiudere definitivamente con il passato e con una dipendenza che, fino a pochi anni fa, sembrava impossibile spezzare: quella dall’industria spaziale ucraina.
Mosca rilancia lo spazio con Soyuz-5, ma il mercato dei riutilizzabili corre veloce
Il nome alternativo scelto, Irtysh, evoca il grande fiume che attraversa Russia e Kazakistan, ma dietro la poesia c’è una sfida molto concreta. Per decenni, Mosca aveva fatto affidamento sullo Zenit-2, progettato e costruito a Dnipro. Un legame sopravvissuto anche al crollo dell’Unione Sovietica, almeno fino al 2022. Poi, con la guerra, le linee industriali comuni si sono interrotte bruscamente, costringendo la Russia a reinventarsi.
Il Soyuz-5 nasce da qui: una sorta di “copia di famiglia”, simile al suo predecessore nella struttura, ma con un cuore totalmente russo. Non introduce innovazioni rivoluzionarie, eppure ha un compito chiaro: garantire al Paese un lanciatore affidabile senza guardare oltre confine. La sua forza sta soprattutto nel motore RD-171MV, un gigante che discende da una lunga tradizione e che mantiene un primato impressionante: tre volte la spinta di un singolo motore dello Space Shuttle.
Il debutto avverrà a Baikonur, in Kazakistan, ma la strada sarà lunga. Prima del vero ingresso in servizio – previsto non prima del 2028 – il razzo dovrà affrontare una serie di test, segno che la tabella di marcia spaziale russa si muove con lentezza, tra budget ridotti e un mercato internazionale che nel frattempo corre veloce.
Ed è proprio il mercato il grande ostacolo. Con SpaceX e altri concorrenti che hanno imposto la logica dei razzi riutilizzabili, un lanciatore completamente monouso rischia di sembrare già vecchio prima ancora di partire. Roscosmos lo sa, e per questo in parallelo lavora a un progetto più ambizioso: il Soyuz-7, chiamato anche Amur, con motori a metano e stadi recuperabili. Ma quel capitolo, se mai arriverà, non si aprirà prima del 2030.
