Crescono le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea, questa volta con il settore automobilistico nel mirino. A far scattare l’allarme sono le minacce di nuovi dazi su veicoli elettrici e rispettivi componenti, che rischiano di compromettere una filiera industriale sempre più interconnessa.
Nel cuore dell’Europa, in particolare le grandi case automobilistiche tedesche—tra cui Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz—hanno trovato una linea comune per evitare lo scontro frontale con gli Stati Uniti. L’obiettivo è promuovere una soluzione pragmatica in nome degli interessi economici condivisi. In questo modo si potrà mantenere l’accesso facilitato al mercato americano, da sempre fondamentale per i profitti del settore tedesco, e al tempo stesso evitare che eventuali ritorsioni vadano a colpire la transizione ai veicoli elettrici, dove le case europee stanno investendo miliardi.
USA e UE raggiungono un accordo su dazi e auto per evitare lo scontro diretto tra le due potenze
Le aziende coinvolte avrebbero stretto un accordo non ufficiale per evitare dichiarazioni pubbliche, limitare le pressioni su Bruxelles e lavorare dietro le quinte per spingere verso un’intesa tecnica e commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. In gioco non c’è solo l’export di veicoli, ma una rete di investimenti incrociati, stabilimenti condivisi e approvvigionamento globale di batterie e semiconduttori. Negli Stati Uniti, infatti, molte aziende tedesche producono direttamente in loco per eludere eventuali barriere doganali. La paura è che un’escalation politica—soprattutto in vista delle elezioni negli USA—possa rimettere in discussione anche queste strutture produttive. Con l’Inflation Reduction Act a favore dell’industria americana, il rischio è che l’Europa venga tagliata fuori dai benefici fiscali, penalizzando i produttori esteri.
L’accordo tra i colossi tedeschi rappresenta una nuova forma di diplomazia industriale, dove le aziende agiscono come mediatori tra governi per proteggere i propri interessi economici. In un mondo sempre più frammentato, in cui la politica commerciale diventa strumento di pressione strategica, l’industria non può più permettersi di restare neutrale d’altronde. È anche un segnale alla Commissione Europea: le imprese vogliono soluzioni, non scontri. E con la Cina già sotto torchio, il rischio di aprire un secondo fronte commerciale con gli Stati Uniti è elevato. Soprattutto per un’Europa che punta alla stabilità per rilanciare la sua competitività tecnologica.
