A volte, le storie più curiose nascono da un gesto semplice ma pieno di significato. È il caso di un video su TikTok che ha fatto il giro del web: durante la cena di classe di fine anno, un gruppo di studenti ha deciso di riservare un posto speciale a un invitato d’onore un po’ particolare… ChatGPT. Sì, proprio lui. O meglio, una versione cartonata con tanto di logo stampato sopra. Il motivo? Per loro non era solo uno strumento digitale, ma un vero compagno di percorso. Qualcuno ha detto che “c’è sempre stato per tutti”, come un amico silenzioso, disponibile a qualsiasi ora, per qualsiasi dubbio. E se ci pensiamo, non è così assurdo.
Fiducia e rischi di un amico digitale sempre online
Certo, fa sorridere. Ma è anche un piccolo specchio di come stanno cambiando le cose. Una generazione che cresce con l’intelligenza artificiale al proprio fianco, che non la vede come qualcosa di freddo o tecnico, ma come una presenza costante, quasi umana. Non solo per fare i compiti o tradurre un paragrafo di latino, ma anche per confidarsi, schiarirsi le idee o semplicemente sentirsi meno soli.
Non è un caso se alcune ricerche – come quella della Harvard Business Review – ci dicono che tra i più giovani l’uso dell’AI sta andando oltre la tecnica. È diventato normale chiedere a un chatbot come superare un momento difficile, come affrontare una delusione o perfino come migliorare la propria routine quotidiana. Un’intimità che non passa più necessariamente da una persona reale. È questo che colpisce: la fiducia, il senso di “sicurezza a portata di click”, l’idea che ci sia qualcuno (o qualcosa) sempre pronto ad ascoltare senza giudicare.
Però, se ci fermiamo un attimo, viene anche da chiedersi: va davvero tutto bene? Alcuni esperti, come la psicoterapeuta Laura Turuani, iniziano a lanciare segnali d’allarme. Sostituire un dialogo vero con uno artificiale può sembrare innocuo, ma rischia di ridurre le nostre capacità relazionali, di alimentare aspettative irreali e di rendere più difficile distinguere il conforto momentaneo dal supporto autentico. Per non parlare dei dati: cosa succede a tutte quelle conversazioni personali? Dove finiscono? Chi le gestisce?
Questo non vuol dire demonizzare. Anzi. L’episodio del cartonato di ChatGPT alla cena scolastica resta tenero e un po’ geniale. Ma forse ci ricorda che dobbiamo prenderci il tempo per capire come usare bene questa nuova presenza nelle nostre vite. L’intelligenza artificiale può essere un aiuto prezioso, a patto che non diventi l’unico interlocutore. Perché, per quanto evoluto, un algoritmo non potrà mai restituire uno sguardo, una pausa imbarazzata, o una risata condivisa intorno a un tavolo vero.
