Quando si parla di intelligenza artificiale, di solito si pensa a chatbot, immagini generate al volo o video deepfake. Ma dietro le quinte, tutta questa meraviglia digitale ha un prezzo piuttosto concreto: una fame energetica sempre più insaziabile. E non parliamo di qualche kilowatt qua e là, ma di data center interi che lavorano senza sosta, giorno e notte. Proprio per questo Meta — sì, proprio quella di Facebook, Instagram e compagnia — ha deciso di puntare tutto su una fonte che finora è rimasta un po’ nell’ombra: la geotermia.
Meta punta sulla geotermia per data center AI con energia pulita e stabile
La novità? Un accordo fresco fresco con XGS Energy per sviluppare impianti geotermici avanzati nel New Mexico, con l’obiettivo di immettere ben 150 megawatt di elettricità pulita nella rete. E non si tratta solo di “energia verde” detta così per fare scena: parliamo di una fonte continua, stabile e senza emissioni, perfetta per alimentare i super cervelloni dell’AI senza dover dipendere dal meteo.
Rispetto al solare o all’eolico, che sono fantastici ma un po’ capricciosi, la geotermia lavora H24, anche quando fuori piove o il sole non si vede da giorni. Il problema è che i metodi tradizionali per sfruttarla sono limitati a certe zone del pianeta. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia di XGS: invece di far circolare acqua direttamente tra le rocce calde (con tutti i rischi del caso), usano un circuito chiuso in tubi d’acciaio. Niente dispersioni, meno consumo idrico e più controllo. Ideale per un posto secco come il New Mexico.
L’impianto sarà realizzato in due fasi e, se tutto va secondo i piani, sarà operativo entro il 2030. Oltre ai benefici ambientali, porterà anche circa 3.000 posti di lavoro durante la costruzione e un centinaio di impieghi fissi. Per uno Stato come il New Mexico, non è affatto poco.
E Meta non è sola: ha già un altro accordo simile con Sage Geosystems e Google sta facendo qualcosa di molto simile con Fervo Energy. Insomma, il mondo tech sta cambiando pelle anche sul fronte energetico. Perché il futuro digitale — per funzionare davvero — ha bisogno di radici ben piantate… sotto terra.
