Fino a poco tempo fa, parlare di intelligenza artificiale generale — quella che viene chiamata AGI, per gli amici — sembrava un tema buono per romanzi di fantascienza e film futuristici. Ma oggi? Oggi è una questione che si fa sempre più concreta. Sempre più reale. E anche un po’ inquietante.
Entusiasmo e preoccupazioni in un mondo che cambia
Per chi non mastica quotidianamente sigle tecnologiche: AGI sta per Artificial General Intelligence, cioè un tipo di intelligenza artificiale capace di affrontare qualsiasi compito cognitivo, non solo quelli per cui è stata addestrata. In pratica, sarebbe una mente artificiale capace di ragionare, imparare, adattarsi… come (e forse più) di un essere umano. Fantascienza? Non proprio più.
A dirlo non è l’ennesimo youtuber catastrofista, ma Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind. Uno che di AI se ne intende parecchio. In una recente intervista al TIME, ha detto senza mezzi termini che il traguardo dell’AGI potrebbe essere raggiunto entro 5 o 10 anni. Non “forse”. Non “un giorno”. Ma “presto”.
E no, non è tutto entusiasmo e fuochi d’artificio. Anzi. Hassabis si dice profondamente preoccupato. Non tanto perché l’AGI sia una cosa negativa in sé, ma perché la società potrebbe non essere pronta a gestirla. Il problema, secondo lui, è che ci stiamo muovendo a una velocità pazzesca, spinti da una corsa agli investimenti che punta a risultati rapidi, visibilità e — inutile negarlo — profitto.
Ma l’intelligenza artificiale, specie se diventa generale, non è uno smartphone nuovo o una piattaforma social di tendenza. È una tecnologia che potrebbe cambiare radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare, pensare. E proprio per questo dovrebbe essere sviluppata con un’enorme dose di cautela, responsabilità e visione a lungo termine.
Il punto è che l’AGI non è più una “se”, ma una “quando”. E quando arriverà, sarebbe il caso di non farci trovare impreparati. Perché a quel punto, potrebbe non esserci una seconda occasione.
