Amazon ha fatto davvero arrabbiare la Casa Bianca. Il motivo? L’idea (poi mai realizzata) di mostrare in modo fin troppo trasparente il sovrapprezzo causato dai dazi doganali su alcuni prodotti provenienti dalla Cina. Una scelta vista come “ostile” dalla portavoce Karoline Leavitt, che durante una conferenza stampa ha definito la mossa “politica” e ha persino tirato fuori un articolo di Reuters secondo cui Amazon sarebbe legata a un’organizzazione di propaganda cinese. Peccato solo che quell’articolo risalga al lontano 2021.
Amazon prova a restare neutrale, ma inciampa sui suoi passi
Amazon, da parte sua, ha risposto senza troppi giri di parole: l’idea di scorporare i dazi era stata presa in considerazione solo per i prodotti ultra-economici del negozio Haul, la sua piattaforma low-cost. Ma – e qui lo dice chiaramente il portavoce Tim Doyle – «questa idea non è mai stata approvata e mai accadrà».
Nel frattempo, i concorrenti Temu e Shein hanno già annunciato rincari nei prezzi per i clienti statunitensi, a causa proprio dei dazi e del clima di tensione commerciale con la Cina. Amazon però assicura che nulla cambierà: né sul suo e-commerce principale, né su Haul.
E mentre si scalda il dibattito geopolitico, c’è un altro evento all’orizzonte che merita attenzione: il Prime Day, confermato anche per questo luglio. Ma c’è un dettaglio interessante (e in parte preoccupante) riportato da un recente articolo di Reuters: diversi venditori terzi che offrono prodotti made in China stanno tirandosi indietro o stanno rivedendo gli sconti previsti. Colpa proprio dei dazi, che riducono i margini e rendono più difficile partecipare a eventi promozionali con offerte aggressive.
In tutto questo, la tensione tra trasparenza verso i consumatori, concorrenza globale e pressioni politiche si fa sempre più evidente. E Amazon, che di solito sa muoversi con agilità tra queste dinamiche, stavolta sembra camminare su un filo più sottile del solito.
