Quando pensiamo a esperimenti spaziali, ci immaginiamo subito cose complicatissime, da film di fantascienza. Eppure, ogni tanto, succede qualcosa che riesce a sorprenderci anche senza effetti speciali. Tipo quello che è appena arrivato a bordo della Stazione Spaziale Internazionale: un microscopio che sembra uscito da un romanzo sci-fi. Si chiama ELVIS (Extant Life Volumetric Imaging System), ed è un gioiellino tecnologico che promette di rivoluzionare il modo in cui studiamo la vita, non solo nello spazio, ma anche qui sulla Terra.
Tecnologia olografica nello spazio
Creato da un team della Portland State University, con la collaborazione del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ELVIS è stato spedito sulla ISS a bordo di una capsula Dragon di SpaceX. E no, non è il solito microscopio: questo sfrutta l’imaging volumetrico olografico, un sistema capace di creare immagini tridimensionali super dettagliate di minuscoli organismi. In pratica, invece di vedere solo un “foglietto” bidimensionale, ora possiamo osservare le cellule in 3D, quasi come se ci nuotassimo intorno.
Perché è così importante? Perché nello spazio, con gravità zero, radiazioni e tutte le condizioni estreme che conosciamo, la vita si comporta in modi che sulla Terra non vedremmo mai. Capire come si adattano le cellule potrebbe darci indizi fondamentali su dove e come cercare vita su altri pianeti o lune, tipo su Europa (sì, quella di Giove) o Encelado (il satellite ghiacciato di Saturno).
A guidare il progetto c’è Jay Nadeau, fisica e appassionata di esplorazione spaziale, che lavora da anni su questa tecnologia. Non a caso, già nel 2017 aveva scommesso che l’olografia sarebbe stata il futuro per trovare vita oltre la Terra.
Ora, con ELVIS sulla ISS, gli scienziati studieranno da vicino due organismi tosti: Euglena gracilis, una microalga super versatile, e Colwellia psychrerythraea, un batterio che ama il freddo estremo. L’obiettivo? Capire come si trasformano, sia fuori che dentro, in condizioni così al limite.
In più, ELVIS è stato progettato per lavorare quasi da solo: è robusto, ha bisogno di pochissima manutenzione e può inviare dati senza disturbare troppo gli astronauti. Insomma, un piccolo grande passo non solo per la ricerca spaziale, ma anche per capire un po’ meglio la vita stessa.
