A distanza di quasi cinque anni dal suo primo annuncio, Privacy Sandbox, l’ambiziosa iniziativa con cui Google voleva mandare in pensione i cookie di terze parti su Chrome, sembra arrivata al capolinea. A confermarlo è Anthony Chavez, Vicepresidente dell’area Privacy Sandbox per Google, che ha dichiarato pubblicamente l’intenzione di mantenere il sistema attuale di tracciamento nel browser più usato al mondo.
Cos’era il progetto Privacy Sandbox
Le radici del celebre progetto Privacy Sandbox sono state messe nel 2019,6 anni fa, quando Google voleva in ogni modo aumentare il grado della privacy degli utenti sul web. Tutto ciò doveva avere luogo eliminando i cookie di terze parti che a loro volta sarebbero stati sostituiti con soluzioni alternative come le Topic API. È proprio in questo modo che il gigante americano avrebbe garantito una targetizzazione pubblicitaria meno invasiva, dando agli utenti la possibilità di vedere i loro interessi tutti compresi all’interno di alcune categorie a tema, evitando di inviare dati individualmente ad ogni sito.
Tuttavia, fin dal principio, il progetto è stato accolto con freddezza sia dalle autorità di regolamentazione che dagli attori dell’industria pubblicitaria. Il motivo? Il timore che Google, pur riducendo la dipendenza dai cookie, avrebbe rafforzato ulteriormente il proprio controllo sul mercato della pubblicità online. In pratica, una soluzione “alternativa” che rischiava di accentrare il potere invece che distribuirlo.
Perché Google ha fatto marcia indietro
Secondo Chavez, le difficoltà tecniche, le resistenze dell’ecosistema pubblicitario e l’impossibilità di garantire gli stessi risultati in termini di profilazione, hanno reso l’attuazione del progetto impraticabile nel breve periodo. Di conseguenza, Chrome continuerà a supportare i cookie di terze parti, almeno fino a nuova comunicazione.
La decisione non è definitiva, ma suona come una sconfitta strategica per Google, che si era impegnata a trovare un equilibrio tra privacy e business pubblicitario. E al tempo stesso, l’abbandono del progetto rilancia il dibattito sulla regolamentazione del tracciamento online e sulla centralizzazione del potere digitale.
