In Europa respiriamo meglio di qualche anno fa, su questo non ci sono dubbi. Ma non facciamoci illusioni: anche se i numeri dicono che l’aria è tecnicamente migliorata, non vuol dire che sia davvero salubre. Anzi, se guardiamo le nuove soglie fissate per il 2030 – molto più rigide e finalmente più vicine a ciò che serve davvero per proteggere la nostra salute – la situazione cambia radicalmente.
Salute e inquinamento, dati preoccupanti per l’Europa
Nel 2023, la quasi totalità delle stazioni di monitoraggio infatti ha registrato livelli accettabili secondo le regole attuali: 99% per il PM2.5, 96% per il PM10, 98% per il biossido di azoto (NO2). E per l’ozono? Va un po’ peggio: 82% delle stazioni ha rispettato i limiti. Non è il 100%, ma per ora possiamo ancora accontentarci.
Ma attenzione: se questi limiti fossero già quelli nuovi previsti per il 2030, le cose cambierebbero. Solo il 60% delle centraline passerebbe il test per il PM2.5. E con i parametri dell’OMS? Sarebbe quasi un disastro: appena 8% delle stazioni in regola per il PM2.5, 36% per il PM10, 30% per il NO2 e solo 2% per l’ozono.
Il problema è che questi inquinanti non provengono da un’unica fonte. Per il biossido di azoto, il traffico urbano è il principale responsabile. Ma per il particolato, i colpevoli sono tanti: riscaldamenti a legna o carbone, attività agricole, industrie… tutto si somma nelle nostre città. E per quanto si provi a migliorare, gli sforzi sembrano non essere mai davvero abbastanza.
Quindi sì, i numeri stanno migliorando. Ma non è abbastanza. E soprattutto, non abbastanza in fretta. L’Agenzia Europea per l’Ambiente lo dice molto chiaramente: bisogna agire su più fronti, settore per settore, se vogliamo davvero respirare un’aria che non faccia male.
Insomma, l’obiettivo non è solo continuare a migliorare, ma alzare l’asticella. Perché la qualità dell’aria è una questione di salute pubblica. E riguarda tutti, nessuno escluso.
