Se pensavamo che il cambiamento climatico fosse “solo” una questione ambientale, è il momento di rivedere le nostre priorità. Perché ora comincia a toccare direttamente anche il portafoglio. Un nuovo studio pubblicato su Environmental Research Letters lancia un allarme che fa riflettere: se la temperatura globale dovesse salire oltre i 3°C da qui alla fine del secolo, potremmo perdere fino al 40% del PIL globale pro capite. Non il 4, non il 14. Quaranta.
Crisi climatica ed economia
Il dato fa impressione anche perché, fino a poco tempo fa, le stime più ottimistiche parlavano di un calo intorno all’11%. Ma c’è un motivo per cui le cifre sono cambiate così tanto: i vecchi modelli economici non tenevano conto dell’effetto domino che una crisi climatica può generare su scala globale.
Pensaci: un’ondata di calore in una parte del mondo può bloccare la produzione agricola, che a sua volta impatta sull’export, che rallenta la catena di approvvigionamento… e via così. Ma se guardi solo al singolo evento, nel singolo paese, ti perdi tutto il quadro. È come guardare solo una tessera del puzzle. Ecco perché un gruppo di ricercatori australiani ha deciso di riscrivere da zero i modelli economici più usati, tenendo conto delle connessioni reali tra Paesi, mercati e crisi ambientali.
Una delle scoperte più interessanti riguarda quella che viene chiamata “temperatura ottimale per il benessere economico”. Fino a oggi si pensava fosse intorno ai 2,7°C, ma con i nuovi calcoli si scende a 1,7°C. Un valore molto più vicino a quello fissato dagli Accordi di Parigi, che puntano a contenere l’aumento entro gli 1,5°C.
Insomma, non si tratta più solo di salvare le barriere coralline o le calotte polari (che già sarebbe abbastanza). Si tratta anche di preservare un sistema economico globale che potrebbe finire in ginocchio. E se c’è una cosa che questo studio ci insegna è che, quando parliamo di clima, pensare locale non basta più. Bisogna ragionare in grande. E in fretta.
