Una delle sfide più grandi della medicina moderna è senza ombra di dubbio il morbo di Alzheimer, una malattia neurodegenerativa attualmente incurabile e che porta ad un graduale ma inesorabile decadimento cognitivo, portando il soggetto ad un deperimento mentale a causa della morte delle cellule nervose nel SNC.

Tutto ciò è causato da un errato lavoro dell’enzima beta secretasi che tagliando un residuo proteico in modo anomalo genera delle inclusioni fibrose insolubili a livello nervoso che portano i neuroni a morte prematura instaurando uno stato infiammatorio che altro non fa che accentuare il danno cognitivo.

Nel tempo ciò porta ad un netto assottigliamento della sostanza grigia cerebrale, la quale appunto è costituita da popolazioni neuronali che nel caso dell’Alzheimer vanno incontro a morte prematura.

 

Un nuovo anticorpo monoclonale

Attualmente i vari trattamenti sono improntati al rallentamento della progressione della malattia, si tratta infatti di farmaci che vanno ad inibire il lavoro anomalo della secretasi o a modularlo, accostati a farmaci per il trattamento dei sintomi, ciò si traduce in una progressione più lenta ma comunque inesorabile della malattia.

A quanto pare è in arrivo qualcosa di nuovo, un anticorpo monoclonale, nome del principio Aducanumab, è stato approvato dalla FDA però contro il consenso della commissione indipendente.

Nel dettaglio in questo caso si tratta di un farmaco con diverso approccio, se prima infatti si cercava di bloccare la produzione della beta amiloide, proteina neurofibrillare neurotossica, ora si punta al suo sequestro e alla sua distruzione grazie al legame con questo anticorpo, un nuovo approccio che dovrebbe ridurre gli effetti dannosi della malattia.

Si tratta però di un’approvazione controversa, in alcuni casi infatti il farmaco ha mostrato degli effetti positivi nel rallentare il decadimento cognitivo, mentre in altri non si è visto nessun cambiamento.

IN molto sono scettici su questa approvazione, soprattutto perchè l’approccio alla malattia è stato superato, si ritiene infatti che ad essere dannoso non sia l’ammasso fibrillare in se, bensì dei residui solubili che una volta giunto il cedimento dell’impalcatura fibrillare, si diffonderebbero nei neuroni recando loro il reale danno mortale, la fibrilla dunque non sarebbe un elemento patologico bensì uno strumento di difesa, finchè regge, teoria dimostrata dalla presenza di soggetti con ammassi fibrillari perfettamente sani.