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Se i computer fossero destinati a diventare invisibili

scritto da Federica Vitale 20/02/2017 0 commenti 2 Minuti lettura
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Se i computer diventassero invisibili

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Nel 1965, Gordon Moore, uno dei genitori di quello che oggi è il più grande produttore di circuiti integrati al mondo, Intel, prevedeva che circa ogni 18 mesi il numero di transistor su un chip sarebbe raddoppiato. In seguito, rivide il calcolo e opto per ogni due anni. La sua previsione è diventata legge, la cosiddetta Legge di Moore appunto, pur non essendo più di un’osservazione che lo portò ad estrapolare la potenzialità che il computer avrebbe visto aumentare notevolmente, mentre il suo costo relativo diminuire ad un ritmo esponenziale.

La legge ha impostato il ritmo della rivoluzione digitale ed è stata esibita per più di mezzo secolo, tanto da diventare così nota da essere utilizzata con umorismo. Ma, se seriamente si pensa ad un limite che la legge deve avere, forse questo non dovrebbe esistere nel mondo teorico, ma nel mondo reale.

Nel 1971, quando Intel era ancora una società sconosciuta situata in quella che non era ancora conosciuta come la Silicon Valley, è stato lanciato sul mercato il primo microprocessore. 44 anni dopo, quando Intel era già il più grande produttore di chip al mondo, con un fatturato annuo di oltre 55 miliardi di dollari, ha lanciato Skylake.

Nessun’altra tecnologia di consumo ha migliorato i propri prodotti a un ritmo ancora vicino a quello del computer. Ma nessuna crescita esponenziale, in pratica, è infinita. La riduzione delle dimensioni dei componenti è sempre più difficile: i transistor moderni hanno elementi che si misurano in decine di atomi.

Se si calcola che, da ora al 2050, secondo la legge di Moore, il numero di transistor su un chip dovrebbe raddoppiare fino a oltre 16 volte, gli ingegneri dovrebbero essere in grado di realizzare componenti più piccoli di un atomo di idrogeno, che è l’elemento più piccolo che esista. Questo, almeno ora, sembra impossibile.

Forse non vale la pena nemmeno provarci. Il punto è che il vantaggio di rendere i componenti dei microprocessori ancora più piccoli si sarebbe tradotto nella possibilità che i chip realizzati sarebbero stati più veloci, richiedendo meno costi di energia e una produzione più bassa.

Ma si è giunti al punto in cui i è verificato un downsize e questo non li rende più veloci ed efficienti, data la sofisticata attrezzatura necessaria per produrli, tanto da farli diventare più costosi. Questo è dovuto alla meno conosciuta, ma più equa seconda legge di Moore: ogni quattro anni, il costo degli impianti di produzione dei chip basati su semiconduttori raddoppierà, aumentando esponenzialmente il prezzo di produzione di ogni chip per colpire il mercato.

Ciò significa che, in media, le aziende del settore investiranno circa 10 miliardi di dollari per ogni prodotto che si deve costruire o ristrutturare ogni due o quattro anni, perché la velocità con cui avanza l’industria della tecnologia li rende obsoleti. Se ciò dovesse essere sostenuto dalla Legge di Moore, il costo di produzione di un nuovo impianto nel 2028 sarebbe di circa 118 miliardi di dollari, una cifra alta e inarrivabile anche per Intel.

E questo è il colpo di grazia: se qualcosa non è economicamente conveniente, non ha molto futuro. Il mercato rallenterà la progressiva miniaturizzazione dei transistor. La fine della legge di Moore non significa, tuttavia, che la rivoluzione digitale ristagni. Ci sono molti modi per migliorare la tecnologia senza miniaturizzare i chip.

chipcomputertransistor
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Federica Vitale
Federica Vitale

Federica Vitale nasce come web writer convinta e le sue passioni, sin da bambina, si sono rivelate la carta e la penna. Laureata in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Perugia, ha conseguito la laurea in Lingue e Letterature Straniere nel 2003 e ha proseguito gli studi laureandosi nuovamente nel 2007 in Scienze e Tecniche della Comunicazione, presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Viterbo, dove ha collaborato come cultore della materia per la cattedra di Linguaggi Audiovisivi. Il suo percorso formativo e la sua passione per il cinema e la letteratura l’hanno portata a specializzarsi nell’analisi della produzione letteraria e delle sue trasposizioni cinematografiche. Ha pubblicato il libro 'L’universo africano di Karen Blixen'. Ama scrivere ed esprimersi anche attraverso la fotografia poiché le piace vivere il mondo a 360°. La passione per l’immagine e per le parole si riassumono nella creazione dell’articolo.

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