La battaglia tra la Commissione europea e Meta sul funzionamento di WhatsApp si arricchisce di un nuovo capitolo, e stavolta il tema è piuttosto chiaro: l’accesso ai chatbot di terze parti deve restare gratuito. Niente commissioni, niente tariffe nascoste, niente ostacoli che possano penalizzare la concorrenza. La questione nasce da una serie di mosse che Meta ha messo in campo negli ultimi mesi e che, secondo Bruxelles, vanno nella direzione opposta rispetto a quanto previsto dalle norme europee sulla concorrenza.
Tutto è iniziato a metà ottobre 2025, quando Meta ha annunciato una modifica ai termini d’uso di WhatsApp Business che prevedeva, in sostanza, il blocco dei chatbot di terze parti a partire dal 15 gennaio 2026. Una mossa che ha subito fatto scattare l’allarme a livello europeo. La Commissione europea ha aperto un procedimento formale il 4 dicembre 2025, e il 9 febbraio 2026 ha confermato la violazione delle norme sulla concorrenza. Meta ha risposto alla comunicazione degli addebiti il 2 marzo, e appena due giorni dopo ha cambiato strategia: invece del ban totale, ha introdotto delle commissioni per i provider di terze parti. In Italia queste tariffe sono in vigore da metà febbraio. Nel concreto, l’accesso a WhatsApp resta possibile, ma ogni risposta fornita da un chatbot costa tra 0,0490 e 0,1323 euro.
Le misure temporanee e l’indagine estesa all’Italia
La Commissione europea non ha accolto bene questa soluzione. Anzi. Ha inviato a Meta un supplemento della comunicazione degli addebiti, specificando che imporre un pagamento equivale sostanzialmente al precedente ban. Il risultato, secondo Bruxelles, è lo stesso: la concorrenza viene ancora ostacolata. Per questo motivo, la Commissione ha deciso di adottare misure temporanee per evitare che le modifiche ai termini d’uso causino danni irreparabili al mercato.
Fino al termine dell’indagine, Meta è tenuta a ripristinare i termini d’uso in vigore prima del 15 ottobre 2025, garantendo così l’accesso gratuito ai chatbot di terze parti su WhatsApp. Un passaggio non da poco, che di fatto congela le modifiche introdotte dall’azienda di Menlo Park. La Commissione europea ha inoltre comunicato che l’indagine è stata estesa anche all’Italia, dove l’autorità antitrust aveva già avviato un procedimento distinto sulla stessa questione.
La replica di Meta: chi paga il conto?
Dal canto suo, Meta non ha fatto mistero del proprio disaccordo. Un portavoce dell’azienda ha dichiarato che la Commissione europea sta utilizzando i propri poteri regolamentari per consentire ad alcune delle più grandi aziende al mondo di usare gratuitamente il prodotto a pagamento WhatsApp Business. L’esempio scelto è piuttosto vivido: una piccola pasticceria in Francia, che paga regolarmente per utilizzare il servizio e prendere ordini di croissant, finirebbe per farsi carico dei costi di realtà come OpenAI. Secondo Meta, le piccole imprese europee non dovrebbero pagare il conto di OpenAI.