I videocitofoni smart sono entrati nelle case di milioni di persone con una promessa semplice: non perdere più un pacco, sapere chi suona senza alzarsi dal divano, sentirsi un po’ più al sicuro. Quello che spesso sfugge, però, è che questi dispositivi possono facilmente trasformarsi in strumenti di sorveglianza ben oltre le intenzioni di chi li ha acquistati. E le notizie degli ultimi mesi lo confermano: dallo spot di Ring al Super Bowl, giudicato inquietante da più parti, fino al ruolo dei filmati di un campanello Nest nel caso giudiziario di Nancy Guthrie, la questione di dove finiscano i video e chi possa accedervi è diventata sempre più centrale.
Ring, in particolare, ha sollevato parecchi dubbi negli Stati Uniti per la quantità di dati raccolti, le modalità di condivisione e le collaborazioni avviate con le forze dell’ordine. L’azienda ha annunciato più volte accordi per rendere i filmati accessibili alla polizia, salvo poi fare marcia indietro sotto la pressione dell’opinione pubblica. Il senatore Ed Markey ha invitato i cittadini a opporsi a quello che ha definito un “inquietante stato di sorveglianza”.
Privacy compromessa?
Chris Gilliard, esperto di privacy, ha parlato di “un goffo tentativo di mettere un volto rassicurante su una realtà piuttosto distopica: una sorveglianza diffusa e interconnessa gestita da un’azienda con rapporti molto stretti con le forze dell’ordine”. Una parodia firmata da Dave Crosby, cofondatore della rivale Wyze, ha poi messo il dito nella piaga con una battuta tagliente: “Potremmo usare questa tecnologia per trovare chiunque, ma la usiamo solo per i cani smarriti”. Poco dopo, Ring ha annunciato la cancellazione della partnership con Flock, società che fornisce sistemi di videosorveglianza alla polizia.
Matthew Guariglia, analista senior presso la Electronic Frontier Foundation (EFF), ha però avvertito che non basta un singolo passo indietro per considerare Ring innocua. “Tutti questi dispositivi e i sistemi usati dalla polizia possono facilmente comunicare tra loro. Axon, che produce gran parte delle bodycam della polizia, sta sviluppando uno strumento per permettere agli agenti di richiedere i filmati delle telecamere Ring. La battaglia continua, nonostante qualche debole operazione di immagine”. Jamie Siminoff, fondatore di Ring, nel settembre 2025 ha risposto sostenendo che la polizia non ha accesso diretto ai filmati, e che gli agenti possono solo chiederli a chi decide volontariamente di condividerli.
Perché i filmati dei videocitofoni smart sono un rischio
Anche con le migliori intenzioni, prevedere come verranno usati i filmati è praticamente impossibile. Guariglia lo spiega in modo efficace: “Potrebbe non dare fastidio passare davanti a una singola telecamera. Ma prese nel loro insieme, centinaia di telecamere interconnesse possono ricostruire l’intera giornata di una persona”. C’è poi il rischio che le registrazioni finiscano in mani sbagliate, venendo sfruttate per indagini a sfondo politico, molestie o episodi di stalking, senza alcuna autorizzazione da parte dei soggetti ripresi. Amazon, qualche anno fa, ha chiuso una causa sulla privacy intentata dalla Federal Trade Commission (FTC) che citava esattamente questi scenari. Per non parlare dei proprietari stessi dei videocitofoni smart, che spesso condividono i filmati online, nelle app di quartiere o sui social, senza il consenso delle persone riprese, alimentando in alcuni casi pregiudizi personali o etnici.
Come proteggere davvero la propria privacy
Esistono accorgimenti per limitare i rischi. Il primo consiglio degli esperti è evitare i servizi cloud quando possibile. Matt Sailor, fondatore della società IC Realtime, la mette in modo diretto: “Tenetevi i vostri dati. Non c’è alcun bisogno che altre persone vi abbiano accesso”. La scelta ideale è un videocitofono che registri solo in locale, oppure disattivare del tutto l’archiviazione nel cloud. Dispositivi come quelli di Reolink, che supportano la tecnologia Power over Ethernet (PoE), permettono di registrare su un dispositivo interno, bypassando il Wi-Fi e rendendo i dati più difficili da raggiungere. Tra le alternative interessanti ci sono anche i modelli Eufy, come E340 (circa 180 euro), e i dispositivi della linea Tapo di TP-Link.
Se si vuole comunque usare il cloud, la cosa fondamentale è scegliere un servizio con crittografia end-to-end. Il videocitofono di Aqara con HomeKit Secure Video di Apple, ad esempio, crittografa i video prima dell’invio al cloud, impedendo persino ad Apple di accedervi (serve un abbonamento a iCloud e un hub domestico come HomePod o Apple TV).
Tra i consigli pratici più utili: posizionare le telecamere in modo che inquadrino solo la propria proprietà, valutare la disattivazione dell’audio (i microfoni dei videocitofoni smart sono molto più sensibili di quanto si pensi), ridurre al minimo i tempi di archiviazione dei filmati, evitare di condividere video online e controllare sempre le impostazioni predefinite, perché molte funzioni sono attive di default e richiedono un intervento manuale per impedire alle aziende di utilizzare i dati raccolti, anche per addestrare la propria intelligenza artificiale.