Urano e Nettuno potrebbero non essere quei giganti ghiacciati che generazioni di studenti hanno imparato a conoscere sui banchi di scuola. Una nuova ricerca firmata da un gruppo di scienziati della University of California ribalta infatti una classificazione che sembrava ormai cristallizzata nei libri di astronomia, proponendo qualcosa di parecchio diverso per descrivere cosa nascondono davvero questi due pianeti lontani.
L’idea, in sostanza, è che non si tratti affatto di mondi dominati dal ghiaccio. I ricercatori parlano piuttosto di giganti a oceano di magma, una definizione che non solo spiegherebbe meglio i dati raccolti finora ma potrebbe perfino dare una mano a capire la natura di tanti esopianeti individuati negli ultimi tempi. Lo studio porta la firma di Edward Young, affiancato da Sarah Marcum, Aaron Werlen e Paula Wulff.
Cosa cambia rispetto al vecchio modello
Fino a oggi la teoria classica immaginava Urano e Nettuno divisi in tre strati ben distinti. In superficie un’atmosfera ricca di idrogeno ed elio, poi un enorme mantello fatto soprattutto di ghiacci d’acqua, ammoniaca e metano, e in fondo un nucleo roccioso. Una struttura ordinata, quasi a cipolla, che però adesso viene messa in discussione.
La proposta è diversa. Al posto di quel mantello ghiacciato gli scienziati ipotizzano un oceano di magma in stato supercritico, dove enormi quantità di idrogeno resterebbero disciolte schiacciate dalle pressioni mostruose presenti all’interno. L’esterno continuerebbe a essere dominato dall’idrogeno, certo, ma il cuore dei due pianeti avrebbe caratteristiche completamente diverse da quelle immaginate finora.
Il bello è che questo schema, secondo gli autori, riesce a riprodurre con più precisione una serie di parametri già osservati. Parliamo del raggio dei pianeti, della densità, del campo gravitazionale, del calore interno e persino di qualche aspetto legato alla composizione atmosferica.
Pochi dati e tanti misteri irrisolti
Una cosa che colpisce è quanto poco si sappia davvero di questi due mondi. Gli unici dati raccolti sul posto arrivano dalla storica missione Voyager 2, che sorvolò Urano nel gennaio del 1986 e Nettuno nell’agosto del 1989. Da allora silenzio. Nessun’altra sonda ha più raggiunto quei pianeti, che restano tra i corpi celesti meno esplorati dell’intero Sistema Solare.
Proprio questa scarsità di informazioni apre la porta a nuove interpretazioni e rende interessante qualsiasi modello capace di spiegare meglio misure vecchie ormai di quasi quarant’anni. Tra le questioni ancora aperte ci sono anche i loro strani campi magnetici, molto più irregolari di quelli degli altri pianeti, e il punto esatto in cui si sarebbero formati nelle primissime fasi della nascita del nostro sistema planetario.
C’è poi un risvolto che va ben oltre i confini del Sistema Solare. La presenza di oceani di magma ricchi di idrogeno renderebbe Urano e Nettuno molto più simili ai cosiddetti sub-Nettuno, una categoria di esopianeti diffusissima nella Via Lattea ma ancora poco compresa.
Anche gli oggetti della fascia di Kuiper sembrano dare una spinta a questa ipotesi. Molti di questi corpi celesti, considerati residui del materiale che diede origine ai pianeti esterni, risultano fatti più di roccia che di ghiaccio. E in condizioni di pressione altissima, spiegano gli autori, l’idrogeno può dissolversi direttamente nel magma formando un fluido omogeneo. Una caratteristica che permetterebbe di spiegare la densità osservata senza tirare in ballo un interno dominato dai ghiacci.
Gli stessi ricercatori ammettono che la definizione di giganti ghiacciati non sparirà tanto in fretta dal linguaggio scientifico e divulgativo. Resta però un’alternativa teorica robusta, capace magari di orientare le future missioni verso i pianeti più esterni e di offrire nuovi strumenti per leggere le caratteristiche di mondi lontani scoperti attorno ad altre stelle.