Gli Stati Uniti rischiano di restare senza i loro occhi sugli oceani, e non per una svista. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha deciso di smantellare un programma di osservazione marina che serviva a studiare le profondità degli abissi, le correnti e il clima. La mossa arriva dopo un altro colpo netto: ad aprile sono stati licenziati tutti i membri del National science board, l’organo che amministra la National science foundation, cioè l’agenzia governativa che finanzia e promuove la ricerca scientifica.
Cos’è (o cos’era) la Ocean observatories initiative
Il governo statunitense ha annunciato che procederà a rimuovere gran parte delle strumentazioni sofisticate che compongono la rete dell’Ocean observatories initiative. Un’infrastruttura nata nel 2016, con un finanziamento iniziale di 368 milioni di dollari, circa 340 milioni di euro, e una durata prevista di 25 anni. Il compito era piuttosto chiaro: capire come e quanto gli oceani assorbano i gas serra, misurare le conseguenze dell’aumento delle temperature marine sulla pesca, tenere d’occhio le attività vulcaniche, analizzare le inondazioni ricorrenti che colpiscono la costa orientale del paese. E altro ancora.
La rete dispone di oltre 900 apparecchiature al largo delle coste di Washington, dell’Oregon, della Carolina del Nord e dell’Alaska. Ma il suo sguardo arriva fino al mare di Irminger, l’area tra Groenlandia e Islanda dove avviene il Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, l’Amoc per gli addetti ai lavori. Si tratta di un sistema di correnti che porta calore dai tropici al Nordatlantico e che, secondo gli scienziati, si starebbe indebolendo proprio a causa del riscaldamento globale.
Ogni stazione di osservazione è fatta di ormeggi che tengono ferme lunghe stringhe di strumenti di misurazione, collegati a dei cavi. Questi dispositivi leggono le correnti e le proprietà chimiche dell’acqua, dalla superficie fino a migliaia di metri di profondità, e sono stati pensati per resistere a pressioni altissime, alla corrosione del sale e perfino all’interazione con la fauna marina. Ad affiancarli ci sono gli alianti robotizzati, i glider, che raccolgono dati e li spediscono ai laboratori. Tenere in piedi tutta questa rete costa 48 milioni di dollari l’anno, circa 44 milioni di euro. Smontarla, invece, potrebbe richiedere più di un anno di lavoro.
Ricerca scientifica contro potenza industriale
Lo smantellamento della Ocean observatories initiative, sommato al licenziamento del National science board, racconta qualcosa che va oltre il semplice scetticismo climatico che circola nell’amministrazione Trump. Dietro c’è la convinzione che la ricerca ambientale sia un ostacolo alla crescita economica e alla potenza industriale americana. Eppure i dati raccolti osservando gli oceani avrebbero applicazioni molto concrete, dalla tutela della pesca commerciale allo sviluppo di tecnologie per l’energia marina.
Per la Casa Bianca, però, gli abissi non sono ecosistemi da studiare e proteggere. Sono giacimenti pieni di minerali da sfruttare. Dopo un ordine esecutivo firmato ad aprile dell’anno scorso, l’amministrazione si è mossa per ridurre i tempi necessari a concedere i permessi alle aziende specializzate nel deep sea mining, vale a dire l’estrazione dai fondali di metalli considerati critici per la difesa, la tecnologia e l’energia.
Il punto è che quella del deep sea mining è un’industria che ancora non esiste. Non è chiaro se regga dal punto di vista economico, né se il suo impatto ambientale sia più leggero o più pesante rispetto alle miniere sulla terraferma. Nonostante questo, ci sono già aziende che premono per partire al più presto. La canadese The Metals Company punta a chiudere l’iter autorizzativo con le autorità statunitensi entro i primi mesi del 2027, così da avviare lo sfruttamento della zona di Clarion-Clipperton, un’area nelle acque internazionali del Pacifico. La stessa società vuole aprire una raffineria di materiali abissali in Texas. Glomar Minerals ha progetti simili nel giro di tre anni, mentre American Ocean Minerals dice che potrebbe fare altrettanto, ma più avanti nel tempo.