Spoofing e voce clonata sono diventati gli ingredienti perfetti per una nuova generazione di truffe telefoniche, quelle che sfruttano l’intelligenza artificiale per ingannare anche le persone più attente. Tra novembre 2025 e maggio 2026 una banda di criminali ha messo a segno un bottino impressionante: 900.000 euro tra contanti, oro e oggetti preziosi, fingendosi banche e forze dell’ordine al telefono.
Il meccanismo era studiato nei dettagli. I truffatori falsificavano l’identità del mittente, facendo apparire sul display delle vittime numeri che sembravano provenire direttamente dall’istituto di credito o dai carabinieri. SMS e chiamate arrivavano con un’apparenza credibilissima, e da lì partiva la trappola vera e propria.
Come funzionava la trappola con la voce clonata
A rendere il tutto ancora più insidioso ci pensava la tecnologia. Oltre a camuffare il numero del chiamante, i criminali usavano strumenti di intelligenza artificiale capaci di clonare la voce dei parenti delle vittime. Immaginate di ricevere una telefonata dove sentite la voce di un figlio o di un nipote, disperato, che racconta di un incidente stradale. La pressione psicologica diventava enorme, e in quei momenti di panico le persone facevano esattamente quello che i truffatori chiedevano.
Le richieste erano sempre urgenti: bonifici immediati oppure ricariche di carte prepagate intestate ai complici. Il pretesto cambiava di volta in volta, falsi pericoli per i risparmi sul conto oppure incidenti inventati di sana pianta. A finire nel mirino erano soprattutto le persone più fragili, anziani in particolare, quelli meno abituati a riconoscere certi raggiri.
I carabinieri della Compagnia Roma Centro sono riusciti a recuperare una parte della refurtiva. Le denunce parlano chiaro: 44 persone segnalate all’autorità giudiziaria, responsabili di 39 casi di truffa. Tutto è partito dalle segnalazioni delle vittime, che hanno permesso ai militari di mettere insieme i pezzi incrociando dati bancari, tabulati telefonici, immagini delle telecamere di videosorveglianza e profili sui social.
Una tecnica sempre più economica e diffusa
Il problema è che lo spoofing sta diventando un fenomeno di massa, proprio perché l’intelligenza artificiale ha reso questi strumenti accessibili e a buon mercato. Non serve più chissà quale competenza tecnica per clonare una voce o mascherare un numero. E i casi si moltiplicano.
A Novara, per esempio, una persona ignara è stata convinta a versare oltre 96.000 euro. Tutto era cominciato con un SMS di un finto operatore Nexi, a cui era seguita la telefonata di un sedicente agente della Questura locale. Due passaggi, e la vittima si è ritrovata senza una somma considerevole.
C’è poi un caso che ha fatto discutere parecchio sul fronte delle responsabilità. BBVA è stata condannata a restituire 20.000 euro a un correntista finito anche lui nella rete dello spoofing. Il ragionamento dei giudici è stato lineare: il cliente non aveva alcuna colpa, mentre la banca non aveva predisposto sistemi di sicurezza adeguati a proteggere i suoi correntisti. Una sentenza che apre uno scenario interessante, perché sposta almeno in parte il peso della difesa sulle spalle degli istituti di credito.