La tigre della Tasmania potrebbe davvero riemergere dall’oblio dell’estinzione, ma la faccenda è tutt’altro che semplice. Il tilacino, questo il nome scientifico dell’animale, è considerato scomparso dal 1936, eppure oggi si torna a parlare di un suo possibile ritorno grazie all’ingegneria genetica. Il condizionale, però, resta d’obbligo, perché attorno al progetto continuano ad addensarsi più interrogativi che certezze.
Facciamo un passo indietro. Il tilacino non se n’è andato per cause naturali o per chissà quale cataclisma. È stato l’uomo, sostanzialmente, a spingerlo verso la fine. Per decenni questo animale ha subìto una persecuzione sistematica, legata soprattutto agli attacchi che venivano attribuiti al bestiame. Colpe reali o presunte poco importava, il risultato è stato lo stesso: la specie si è ridotta fino a sparire del tutto.
C’è però un dettaglio che cambia le carte in tavola. Prima che l’ultimo esemplare morisse, qualcuno ebbe la lungimiranza di conservare 13 cuccioli in alcol. Un gesto che all’epoca aveva probabilmente tutt’altro scopo, ma che oggi si rivela prezioso. Uno di quei cuccioli, infatti, ha fornito materiale genetico sufficiente per ricostruire l’intero genoma dell’animale. E qui entra in gioco tutta la parte affascinante e insieme spinosa della vicenda.
Il problema della fattibilità e dell’impatto ecologico
Avere il genoma completo è un punto di partenza notevole, non c’è dubbio. Ma da lì a riportare in vita una specie il passo è enorme. La de-estinzione tramite ingegneria genetica solleva domande a cui nessuno, al momento, sa rispondere con certezza. Riprodurre in laboratorio un animale così complesso è davvero possibile? E anche ammesso che ci si riesca, quale sarebbe il risultato? Un tilacino vero e proprio o qualcosa che gli assomiglia soltanto?
Poi c’è la questione forse più delicata di tutte, quella dell’impatto ecologico. Reintrodurre una specie sparita da quasi un secolo non è come rimettere un tassello in un puzzle. Gli ecosistemi cambiano, si adattano, trovano nuovi equilibri. Un predatore che manca da decenni potrebbe non trovare più il suo posto naturale, oppure potrebbe alterare gli assetti che nel frattempo si sono consolidati. Nessuno può prevedere con esattezza cosa accadrebbe una volta che l’animale tornasse a muoversi nel suo habitat originario.
I dubbi non si fermano all’aspetto ambientale. Restano aperte anche le incognite sulla fattibilità concreta del progetto. Un conto è la teoria, un conto è la pratica di laboratorio, con tutte le difficoltà tecniche che comporta lavorare su un patrimonio genetico ricostruito a partire da tessuti conservati quasi un secolo fa. Il materiale c’è, ma trasformarlo in un organismo vivente e funzionante è tutt’altra storia.
Il fascino dell’idea è innegabile. L’immagine di una tigre della Tasmania che torna a correre nei boschi australiani ha qualcosa di potente, quasi cinematografico. Riportare indietro qualcosa che l’uomo aveva cancellato suona come una sorta di riscatto. Ma tra il desiderio e la realizzazione ci sono ostacoli scientifici, etici e ambientali che non possono essere ignorati. Il progetto va avanti, gli studi proseguono, e il genoma ricostruito rappresenta la base su cui si sta lavorando. Quello che ne uscirà, e se davvero ne uscirà qualcosa, è una domanda che per ora attende i suoi tempi.