Un telescopio nato per fare una cosa precisa che finisce per farne un’altra, e per giunta clamorosa. È quello che è successo con il microlensing gravitazionale usato da TESS, il telescopio spaziale della NASA che ha contribuito a scovare un pianeta con un metodo che, quando venne lanciato, nessuno aveva messo in conto. Una scoperta che arriva quasi per caso, ma che apre una porta interessante nella caccia agli esopianeti.
Un metodo che TESS non doveva usare
Per capire perché tutto questo sorprende gli addetti ai lavori bisogna ricordare cosa fa di solito TESS. Il telescopio è stato progettato per individuare pianeti con la tecnica del transito, cioè osservando il minuscolo calo di luminosità di una stella quando un corpo celeste le passa davanti. Un sistema collaudato, che ha già portato in dote parecchie scoperte negli anni. Solo che stavolta il risultato è arrivato da tutt’altra parte.
Il microlensing gravitazionale funziona in maniera radicalmente diversa. Si basa su un’idea che affonda le radici nella relatività: la gravità di un oggetto massiccio deforma lo spaziotempo attorno a sé, e questa deformazione piega la luce proveniente da una sorgente più lontana, funzionando un po’ come una lente naturale. Quando tra noi e una stella lontana passa un altro corpo, la sua massa amplifica temporaneamente la luce di quella stella. E se attorno a quel corpo c’è un pianeta, la firma luminosa cambia in modo rivelatore.
Perché questa scoperta conta davvero
Il punto è che TESS non era pensato per lavorare così. Vederlo contribuire a una scoperta tramite microlensing significa che uno strumento già in orbita, già operativo, può fare molto più di quanto previsto sulla carta. E questo, per chi studia i pianeti oltre il nostro Sistema Solare, è una notizia niente male.
Il vantaggio del microlensing rispetto al transito è che permette di individuare corpi celesti anche molto distanti, oppure pianeti che con altri metodi resterebbero invisibili. Il transito, per funzionare, ha bisogno che il pianeta passi esattamente davanti alla stella dal nostro punto di vista. Il microlensing invece sfrutta la pura fisica della gravità, senza vincoli di allineamento così stretti. Due approcci che si completano a vicenda, insomma, e che insieme allargano parecchio il raggio d’azione degli esopianeti rilevabili.
Che un telescopio come TESS riesca a muoversi su questo terreno inatteso lascia intravedere possibilità nuove per le missioni future, e per quelle già in corso. Uno strumento pensato per un compito che ne dimostra un altro non capita tutti i giorni, e nel campo della ricerca astronomica ogni tecnica in più a disposizione conta. La deformazione dello spaziotempo, un tempo materia da lavagna e formule, diventa così uno strumento concreto per trovare mondi lontani.