Gli inviti per l’evento Pixel sono appena arrivati e le indiscrezioni hanno già messo in fila tutto quello che c’è da sapere su Google Pixel 11 e sul nuovo Tensor G6. E i forum tecnologici, come al solito, hanno già emesso la loro sentenza. Stando alle fughe di notizie, il G6 sembrerebbe un arretramento. Meno core nella CPU, una parte grafica che ha visto giorni migliori. I patiti dei benchmark lo stanno già seppellendo, convinti che verrà travolto da quello che sfornano Qualcomm e Apple. Eppure la sensazione è un’altra: Google sta costruendo il proprio chip attorno a ciò che i Pixel davvero chiedono.
La CPU è il punto che preoccupa tutti. Oggi la maggior parte dei top di gamma Android monta configurazioni a otto core, mentre il Tensor G6, nome in codice Malibu, si fermerebbe a sette. Sulla carta un core in meno sembra una mancanza grave, ma è una lettura superficiale. Il core principale sarebbe un ARM C1-Ultra a 4,11 GHz, affiancato da quattro C1-Pro a 3,38 GHz e da altri due C1-Pro tenuti più bassi, a 2,65 GHz. Per arrivarci, Google salta di netto un’intera generazione ARM. Anche la GPU fa storcere il naso: le indiscrezioni parlano di un’architettura PowerVR datata, con radici che risalgono al 2021. Per chi guarda solo la scheda tecnica sembra una resa nel mobile gaming davanti a Snapdragon. Ma nell’uso quotidiano è proprio la decisione giusta.
Tensor G6: la velocità costante conta più del picco
Inseguire i numeri massimi, gli FPS massimi, i punteggi Geekbench massimi, fa più male che bene all’esperienza reale. L’efficienza è la cosa che pesa davvero, insieme a come un dispositivo regge nell’uso di tutti i giorni. Un telefono progettato per rincorrere i picchi si scalda, quando si scalda va in throttling e la batteria si logora. Ridurre un core e fare un passo indietro sulla grafica estrema, allora, ha senso. Tarare il chip per una resa costante significa che finalmente tiene botta durante un lungo viaggio in un’auto calda con Android Auto attivo.
C’è poi la questione del processo produttivo. Il Tensor G6 sarebbe costruito sul nodo N2 (2 nanometri) di TSMC, quindi maggiore densità di transistor. Con quel margine in più le strade sono due: alzare le frequenze per punteggi più alti lasciando la batteria com’è, oppure mantenere le prestazioni e allungare l’autonomia. Google sembra aver scelto la seconda, e vale molto più di qualche frame in più nei giochi.
Il vero salto è il modem, ma gli 8GB di RAM spaventano
Il pezzo forte del Pixel 11 è il modem. La connettività è sempre stata il tallone d’Achille della linea. Appoggiarsi ai modem Samsung Exynos significava batteria prosciugata con segnale debole e hotspot inaffidabile. Ora il Tensor G6 abbandona Samsung per un MediaTek. Il passaggio all’M90 dovrebbe chiudere il capitolo del consumo a schermo spento che ha irritato tanti possessori di Pixel.
Restano però le funzioni intelligenti da alimentare. Le indiscrezioni parlano di una nuova TPU chiamata Santafe pensata per l’AI on-device e di un nuovo processore d’immagine, Metis. I core C1 integrano le estensioni SME2 per l’inferenza a basso consumo, ma il chip deve anche gestire i dati del sensore principale da 50 megapixel senza intoppi. E qui arriva la nota dolente: il Pixel 11 base avrebbe solo 8GB di RAM. Far girare i modelli Gemini in locale insieme alla fotografia computazionale pesante su 8GB è tirato. Senza contare Gemini Intelligence, che secondo Google ne richiede almeno 12. Tutti i guadagni di efficienza rischiano di svanire tra app che si ricaricano di continuo e attività in background a scatti.
Siamo stati abituati a giudicare i telefoni per numero di core e punteggi. Le fughe suggeriscono che Google ha smesso di giocare a quella partita, e per il chip è la mossa giusta. Ma l’efficienza ha un limite, e le batterie al silicio-carbonio sono il terreno dove un rivale può dire “perché non entrambe le cose”. Da qualche parte a Shenzhen un ingegnere OnePlus sta infilando una batteria al silicio-carbonio da 7.300mAh in un telefono più sottile di un Pixel.