Sundar Pichai è salito sul palco della Stanford University per parlare ai laureati del 2026, e lo ha fatto con un discorso che mescola ricordi personali, qualche battuta e tre regole semplici per affrontare la vita dopo il diploma. Il numero uno di Alphabet e Google, ex studente proprio di Stanford, ha tenuto quello che è solo il suo secondo commencement speech in assoluto. Il primo risale al 2020, durante la pandemia, ed era un intervento filmato per una serie virtuale su YouTube.
Pichai ha aperto affrontando subito un tema spinoso. Nelle ultime settimane diversi laureati, durante altri discorsi simili, avevano fischiato ogni accenno all’intelligenza artificiale. Lui ci ha scherzato su, ricordando che la sigla AI è praticamente nascosta nelle ultime due lettere del suo cognome. E ha aggiunto che il consiglio più prezioso ricevuto in tutti questi anni è uno solo, ed è indipendente dalla tecnologia.
Sundar Pichai a Stanford: pochi momenti decidono davvero la vita
Il cuore del discorso ruota attorno a un’idea precisa. Pochissimi istanti nella vita sono davvero decisivi. Per spiegarlo, Pichai ha raccontato una storia che risale al suo primo inverno a Stanford. Un mercoledì mattina di gennaio, mentre si dirigeva a lezione, un compagno gli chiese se volesse mollare tutto e andare a Las Vegas. Lui, che non aveva mai saltato una lezione né fatto un viaggio in macchina, rispose semplicemente di sì. E qui ha aggiunto una nota divertente, dicendo che era la prima volta che i suoi genitori sentivano quella storia.
Durante il tragitto attraverso le montagne cominciò a nevicare. Pichai non aveva mai visto la neve. Tirò fuori la mano dal finestrino per afferrarla e rimase sorpreso dalla sua morbidezza. Il compagno fermò l’auto per lasciarlo scendere, e quello è un momento che ha detto di non aver mai dimenticato. Dopo nove ore arrivarono a Las Vegas, con le luci notturne all’orizzonte. Imparò a giocare a blackjack, partì con cinque dollari e ne vinse circa quindici, poi decise di fermarsi. Il giorno dopo erano già sulla via del ritorno.
Nessuno si accorse della loro assenza a lezione. E lì Pichai capì che il mondo non sarebbe finito se ogni tanto si fosse concesso una pausa. Il messaggio è chiaro. Ci sono scelte importanti, come trovare un partner, decidere se mettere su famiglia o cambiare radicalmente carriera, che meritano tempo e attenzione. Ma poi ci sono migliaia di altri momenti che sembrano enormi e non lo sono affatto.
Tre filtri per scegliere meglio
Pichai ha condiviso tre filtri che lo hanno aiutato a indovinare più scelte che errori. Il primo è scegliere l’ottimismo. Appena arrivato in California, guardando le colline le trovò più marroni che verdi. La sua ospite lo corresse con gentilezza, dicendo che preferivano chiamarle dorate. Quel piccolo cambio di prospettiva, ha spiegato, ha avuto un effetto enorme sul suo modo di vedere il mondo. È quello che chiama California optimism, e gli tornò utile quando dovette rinunciare al dottorato per trovare lavoro prima del previsto.
Il secondo filtro è dedicarsi ai problemi difficili. Pichai ha ammesso che il successo non arrivò subito dopo Stanford. Persino dieci anni più tardi sentiva di non aver trovato la strada giusta. Poi entrò in Google. Il primo problema impossibile a cui lavorò fu costruire Chrome. Nel 2008 il browser raccolse otto milioni di utenti nelle prime ventiquattro ore, poi la crescita si bloccò. Dopo un anno la quota era intorno al 2 per cento, e Steve Ballmer, allora alla guida di Microsoft, lo definì in un’intervista un errore di arrotondamento. Invece di scoraggiarsi, Pichai disse al team che il solo fatto di essere stati presi di mira significava che qualcosa stava funzionando. Continuarono, rilasciando aggiornamenti ogni sei settimane mentre gli altri impiegavano mesi, e il successo arrivò.
Il terzo filtro, infine, è seguire ciò che entusiasma quando tutto il resto è uguale. Pichai non aveva avuto molto accesso a un computer prima di arrivare a Stanford. Nel 1993, vedendo Internet costruirsi attorno a lui, capì che poteva farne parte. È il motivo per cui accettò l’offerta di Google e per cui in seguito si buttò su progetti come Chromebook e Android.