Stellantis e JLR insieme: la notizia ha colto un po’ tutti di sorpresa, eppure a guardarla con calma ci sono parecchie ragioni che la rendono tutt’altro che folle. L’annuncio è arrivato durante l’investor day del gruppo, fissato per il 21 maggio, quando la società che riunisce ben quattordici marchi ha fatto sapere di stare lavorando con il costruttore britannico per “creare sinergie nello sviluppo di prodotto e tecnologia”, con un occhio puntato dritto sul mercato statunitense.
Dopo aver sganciato la bomba, i vertici si sono chiusi a riccio. Bocche cucite. E quel vuoto, ovviamente, si è riempito in fretta di ipotesi più o meno azzardate. Di cosa stiamo parlando, esattamente? Land Rover costruite su basi Jeep? Roba da far sobbalzare più di un appassionato.
Capacità produttiva condivisa, ecco il vero nodo
A mettere un po’ d’ordine ci ha pensato l’amministratore delegato Antonio Filosa, che nel botta e risposta con gli analisti ha aggiunto un dettaglio non da poco: l’accordo potrebbe includere la cosiddetta “capacity-sharing”. Tradotto: JLR che assembla le proprie vetture dentro gli stabilimenti americani di Stellantis. E qui tutto ha iniziato ad avere senso. Filosa ha spiegato che “le nuove condizioni commerciali rendono la nostra capacità produttiva negli Stati Uniti molto interessante per altri concorrenti o potenziali partner”.
Il punto è che il Nord America è diventato il primo mercato per JLR, complice il fatto che i clienti facoltosi cinesi si stanno spostando sempre più verso i marchi locali. Solo che questo cambiamento è capitato proprio mentre gli Stati Uniti prendevano una strada tutta loro, lontana dal resto del pianeta. Con Donald Trump alla guida, la normativa sulle emissioni è stata smontata pezzo per pezzo, eliminando di fatto la necessità di elettrificare in qualsiasi modo i motori termici. Non serve nemmeno più lo stop-start, per intenderci.
Dazi, costi e una via d’uscita inattesa
Per un attore relativamente piccolo a livello globale come JLR, progettare auto pensate solo per gli Stati Uniti costa un sacco. L’ideale, per qualunque costruttore, sarebbe avere regole che convergono ovunque. Invece succede l’opposto: i mercati più grandi si stanno frammentando a una velocità che terrorizza i manager. E come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno alzato i dazi sulle auto importate, 10 per cento per quelle in arrivo dal Regno Unito e 15 per cento per quelle europee. Risultato? Ogni Land Rover diventa di colpo molto più cara rispetto alla concorrenza costruita in loco, BMW e Mercedes-Benz comprese.
Ed è qui che entra in scena Stellantis. La domanda vera è una sola: quanto in profondità può spingersi questa collaborazione? Non serve fantasticare troppo per immaginare un ipotetico “Defender Heritage”, un fuoristrada con motore Hemi V8 costruito sul telaio del Jeep Grand Wagoneer, tutto giocato sui richiami al design classico, magari proprio per riempire la capacità inutilizzata dello stabilimento di Warren, in Michigan.
A seconda di come andranno le cose, JLR potrebbe addirittura produrre il prossimo Defender interamente negli Stati Uniti, lasciando alla fabbrica slovacca il compito di sfornare i modelli elettrificati, più adatti ai gusti europei e cinesi. Entrambe le aziende devono migliorare i livelli qualitativi, e lo hanno promesso. Ma questa intesa potrebbe davvero tirare fuori JLR dal pantano creato dal rapido sgretolamento della globalizzazione.