Negli ultimi anni il settore spaziale cinese ha vissuto una crescita rapida. Situazione alimentata dalla nascita di numerose startup private pronte a inserirsi in un mercato da sempre dominato dallo Stato. Per molto tempo, i progetti presentati da queste aziende avevano una caratteristica comune evidente. Presentavano tutte un forte richiamo al SpaceX Falcon 9, il razzo che ha rivoluzionato l’industria dei lanci grazie al recupero e al riutilizzo del primo stadio. Sagoma slanciata, atterraggio verticale e promesse di costi ridotti erano elementi ricorrenti.
Nel corso dell’ultimo anno, però, il riferimento principale è cambiato. L’attenzione non è più rivolta soltanto al Falcon 9, ma soprattutto a Starship, il progetto più ambizioso di SpaceX. Il segnale di questa svolta è arrivato non solo dalle startup, ma anche dai programmi governativi. Nel novembre 2024, infatti, la Cina ha rivisto in modo profondo il progetto del Lunga Marcia 9, il futuro razzo super pesante del Paese. L’architettura tradizionale con più stadi e booster laterali è stata accantonata a favore di un veicolo completamente riutilizzabile, molto più vicino alla filosofia di Starship.
Starship Style: ambizioni, limiti e dubbi sul futuro dei razzi riutilizzabili cinesi
Il passo forse più emblematico di questa tendenza è arrivato da Beijing Leading Rocket Technology, che secondo alcune fonti cinesi avrebbe deciso di chiamare il proprio progetto “Starship-1”. Una scelta di nome che appare come una dichiarazione di intenti più che come una semplice ispirazione. Il veicolo viene descritto come completamente riutilizzabile e supportato dall’intelligenza artificiale per la gestione delle operazioni di volo e recupero.
Nonostante le ambizioni, è importante sottolineare che la maggior parte di questi progetti non punta a dimensioni paragonabili a quelle di Starship. Le startup cinesi stanno lavorando su veicoli più compatti. Una scelta quasi obbligata considerando risorse finanziarie, capacità industriali e tempi di sviluppo. Anche negli Stati Uniti, del resto, molte aziende emergenti hanno faticato a trasformare i rendering in razzi operativi.
Ed è proprio qui che emergono le principali domande. La storia recente del settore spaziale dimostra che arrivare realmente in orbita è un traguardo raggiunto solo da una minoranza delle aziende. Copiare un’architettura non significa replicarne automaticamente il successo. Servono anni di test, una lunga serie di fallimenti controllati e investimenti enormi. In più, il concetto di un veicolo completamente riutilizzabile potrebbe rivelarsi ancora più complesso. La corsa cinese a una “Starship made in China” rappresenta dunque una fase di transizione importante. Se da un lato dimostra la volontà di colmare il divario tecnologico con l’Occidente, dall’altro solleva dubbi sulla reale sostenibilità di questi progetti.