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Stand by me torna al cinema in 4K per i 40 anni del film

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Stand by me torna sul grande schermo a quarant’anni di distanza, in 4K, e ricordarsi di quanto fosse difficile portarlo al cinema fa quasi sorridere. Quando Rob Reiner lo mostrò per la prima volta a Stephen King, in una saletta privata di Beverly Hills, sembra che fosse elettrizzato e terrorizzato. Un po’ come quei ragazzini davanti al primo cadavere della loro vita. Ai tempi il rapporto tra il Re e il cinema era ancora complicato: c’era stato lo strascico di risentimento per Shining di Kubrick, poi erano arrivati Christine e La zona morta, ma restava la sensazione che trasporre un autore così sullo schermo fosse un’impresa quasi impossibile, almeno con piena soddisfazione da entrambe le parti. Eppure da quella proiezione King uscì con le lacrime agli occhi. Inquietudine, nostalgia, conquista e perdita. La magia irripetibile di un’età precisa. Tutto quello che lui aveva messo dentro The body c’era anche lì.

Stephen King e un’operazione finalmente riuscita

Racconto lungo della raccolta del 1982 Stagioni diverse, col senno di poi quel libro si è rivelato una miniera per il cinema. Otto anni dopo sarebbe arrivato Le ali della libertà, tratto da Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, e nel 1998 L’allievo, da Un ragazzo sveglio. Ma The body aveva qualcosa di unico, e l’occhio del cinema lo seppe ritrovare in pieno. Lo ritroviamo anche oggi, con Stand by me Ricordo di un’estate che per il suo quarantennale torna in sala in 4K con Nexo Studios Back to Cult, bello e perfetto come allora. Non è soltanto un film che ha raccontato cose semplici e tremende, e l’età più semplice e tremenda di tutte. È anche una case history. Un incantesimo. Un’alchimia che oggi sembra facile, scontata. Ma che allora andava cercata, con una buona dose di follia. Come una camminata sui binari a strapiombo sull’acqua, senza sapere se arriva il treno a travolgerti.

Ambientato nel 1959, in pieno periodo iniziale della narrativa di King, The body non si sarebbe portato dietro al cinema un titolo ritenuto troppo oscuro. La title track di Ben E. King venne registrata solo due anni dopo: un blooper voluto e riuscitissimo («ma solo misurando il tempo in termini di anni», dirà Gordie da narratore adulto) che oltre a far rivivere il pezzo creava subito un legame con un mondo, un’atmosfera. O meglio, con una delle atmosfere. La più calda e nostalgica. Non l’unica.

Souvenir e brivido di un’estate

«Ragazzi, vi va di vedere un cadavere?». Era il punto di rottura nell’estate di Gordie, Chris, Teddy e Vern, quel poker indimenticabile formato da Wil Wheaton, River Phoenix, Corey Feldman e Jerry O’Connell. La meta diventa espediente, e alla fine per i protagonisti si rivela pure piuttosto deludente. Il senso è il viaggio, e quello che ci sta dentro. Compresi i territori oscuri e paurosi: «Non lo conosciamo quel bosco», dice Vern titubante, prima di seguire gli altri. Siamo lontanissimi dalla leggerezza dei Goonies, coevo eppure profondamente distante. Stand by me è un altro universo, quello più inquietante di tutti: la realtà. Il confine tra infanzia e maturità. La disillusione e il senso di morte. L’innocenza che svanisce in dissolvenza come River Phoenix alla fine dell’estate.

Aveva paura anche Rob Reiner, perché all’epoca quella storia non sembrava materiale appetibile per il cinema. E non lo era. Non lo fu per gli sceneggiatori, Raynold Gideon e Bruce A. Evans, che passarono mesi a bussare alle porte di chiunque potesse crederci. Pazzesco a pensarci adesso: una banda di preadolescenti a caccia di avventura, mistero e paura sembra una scommessa facile da vincere. Quarant’anni fa non lo fu per niente. E il successo arrivò clamoroso, ben oltre le attese.

Stand by me e i suoi fratelli

Stranger Things, ma non solo. Ogni volta che c’è un gruppo di ragazzini, spesso ambientato nel passato, alle prese con l’ignoto, il viaggio e la scoperta di sé, il pensiero corre a Stand by me come a un riferimento quasi sacro. Lo hanno rifatto, certo, riproponendo le stesse formule, le stesse collocazioni temporali, dinamiche di gruppo simili. Ma mai più con quella autenticità incosciente, con quell’idea di sperimentazione pionieristica. Oggi è una formula, ieri era un salto nel buio mai fatto prima. La prima volta non si scorda, e Stand by me nessuno l’ha mai scordato.

Se oggi si va sul sicuro puntando su un filone vincente, Stand by me è la definizione stessa di quel filone. La vena d’oro che non aveva visto nessuno. E che oggi si rivede in alta definizione. Una magia riprodotta in serie, ma in fondo irriproducibile nella leggerezza intima del suo prototipo. Amicizie e innamoramenti cinematografici d’altro tipo li abbiamo avuti, certamente. Eppure. «Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, chi li ha». Proprio così.

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