Spotify sta scommettendo forte sull’intelligenza artificiale applicata alla musica, e non tutti sono convinti che sia la mossa giusta. Eppure Alex Norström, uno degli amministratori delegati della piattaforma svedese, ha voluto prendere posizione pubblicamente per difendere l’accordo stretto con Universal Music nei giorni scorsi. L’intesa, che ha fatto parecchio discutere, permetterà ad alcuni utenti premium cosiddetti “superfan” di generare remix e cover tramite AI partendo da brani ufficiali di artisti che hanno dato il proprio consenso. Norström, parlando in una recente intervista, ha descritto questi strumenti come un’alternativa legale e controllata rispetto al caos che sta investendo il settore musicale, dove i contenuti generati da algoritmi proliferano senza regole chiare.
Il punto interessante è che il dirigente non ha negato le criticità. Ha definito “comprensibile” buona parte della negatività che circonda l’intelligenza artificiale generativa nel mondo creativo. Però ha anche sottolineato come iniziative strutturate, con accordi tra piattaforme e case discografiche, possano offrire protezioni concrete agli artisti e ai titolari dei diritti. E poi c’è la questione economica, tutt’altro che secondaria: secondo Norström, una singola traccia potrebbe generare migliaia di varianti differenti grazie all’AI, aprendo scenari inediti di monetizzazione e personalizzazione. In pratica, lo stesso brano potrebbe vivere mille vite diverse, e ciascuna potrebbe produrre ricavi.
Il mercato reagisce bene, ma il quadro resta complicato
Il mercato finanziario, almeno per ora, sembra aver apprezzato la direzione presa. Le azioni di Spotify hanno registrato un incremento del 18% dopo l’annuncio dell’accordo con Universal. Un segnale forte, che però non cancella le tensioni di fondo tra il mondo dello streaming musicale e l’intelligenza artificiale. I numeri parlano chiaro: piattaforme come Deezer stimano che le canzoni generate da algoritmi rappresentino ormai tra il 30% e il 44% degli upload quotidiani. Una percentuale enorme, che pone interrogativi seri sulla qualità dei cataloghi e sulla tutela di chi la musica la fa davvero.
Spotify, dal canto suo, ha messo in campo alcune contromisure. Una delle più visibili è il badge “Verified by Spotify“, pensato per distinguere i creatori umani dagli account basati su AI. Oltre a questo, la piattaforma ha promesso la rimozione di canzoni e podcast che imitano artisti reali senza il loro consenso. Sono passi importanti, anche se resta da capire quanto saranno efficaci nella pratica, considerando la velocità con cui i contenuti generati artificialmente si moltiplicano.
Le major discografiche portano l’AI in tribunale
Il fronte legale è altrettanto caldo. Le grandi major discografiche non si limitano agli accordi commerciali: stanno anche portando in tribunale aziende come Suno e Udio, accusate di aver addestrato i propri modelli utilizzando materiale protetto da copyright senza alcuna autorizzazione o licenza. È una battaglia che va ben oltre Spotify e che riguarda l’intero ecosistema musicale. Da una parte chi vede nell’intelligenza artificiale una minaccia esistenziale per la creatività umana, dall’altra chi prova a incanalare questa tecnologia in un quadro di regole e compensi. L’accordo tra Spotify e Universal si colloca esattamente in questo spazio, provando a trasformare un problema in un’opportunità di business per artisti e piattaforme.