SpaceX continua a dominare l’orbita terrestre bassa con numeri che parlano da soli, ma c’è un dato che ribalta la prospettiva e racconta una corsa allo spazio più complicata di quanto sembri. La Cina, infatti, pur avendo molti meno satelliti operativi, si è già accaparrata una quantità di slot orbitali che lascia di stucco. E proprio qui nasce l’accusa che sta facendo discutere parecchi addetti ai lavori, quella di praticare il cosiddetto spectrum squatting.
Partiamo dai numeri concreti, perché sono loro a definire i contorni della vicenda. Al momento la Cina ha tra i 1.300 e i 1.900 satelliti effettivamente in orbita. Gli Stati Uniti, invece, viaggiano intorno agli 11.000, e la fetta più consistente di questa flotta porta la firma di SpaceX, con qualcosa come 10.653 satelliti attivi. Una differenza enorme, almeno sulla carta. Eppure il colosso asiatico ha messo le mani su una riserva di slot orbitali che supera di 128 volte il numero di satelliti che oggi ha davvero lassù. Tradotto in cifre, parliamo di oltre 244.000 posizioni prenotate presso l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, l’organismo che si occupa di gestire e assegnare questi spazi a livello globale.
Cina: una capacità di lancio che non tiene il passo con le ambizioni
Il punto critico è proprio questo squilibrio. La capacità cinese di mandare in orbita nuovi satelliti resta limitata, almeno se confrontata con la mole di prenotazioni messe a registro. C’è insomma uno scollamento tra quello che la Cina può realmente fare nel breve periodo e quello che ha riservato per il futuro. Ed è questa distanza tra ambizioni e realtà operativa che spinge molti a parlare di una vera e propria occupazione preventiva delle frequenze. Riservare uno slot, in fondo, significa bloccarlo. Significa impedire che altri lo usino, anche se nel frattempo quella posizione resta vuota.
La logica dietro questa strategia non è difficile da intuire. Lo spazio orbitale utile non è infinito, e chi prenota per primo si assicura un vantaggio competitivo che potrebbe valere oro nei prossimi anni. È un po’ come piantare bandierine su un terreno che si conta di colonizzare più avanti, sperando di arrivarci prima che lo facciano gli altri. E in un settore dove la orbita terrestre bassa sta diventando sempre più affollata, questa mossa assume un peso strategico evidente.
SpaceX accelera mentre la partita si gioca su due piani diversi
Sul fronte opposto, SpaceX non rallenta affatto. Anzi, il ritmo dei lanci continua a crescere, consolidando una presenza fisica nell’orbita bassa che nessun altro operatore riesce oggi a eguagliare. La differenza sostanziale è proprio questa. Da una parte c’è chi domina concretamente lo spazio con satelliti già funzionanti e operativi. Dall’altra c’è chi gioca d’anticipo sulla carta, accumulando diritti e prenotazioni in attesa di poterli sfruttare.
La sfida, quindi, si svolge su due livelli che non sempre coincidono. Uno è quello della presenza reale, fatta di razzi che partono e di costellazioni che si espandono mese dopo mese. L’altro è quello burocratico e regolatorio, dove a contare sono le prenotazioni registrate presso gli enti internazionali. La Cina sembra aver scelto di puntare forte su questo secondo terreno, costruendo una sorta di riserva strategica che le permetterà, almeno nelle intenzioni, di recuperare terreno quando la sua capacità di lancio sarà finalmente all’altezza dei suoi piani.
Quel divario di 128 volte tra slot prenotati e satelliti attivi resta il dato più eloquente di tutta la faccenda. Racconta di una corsa che non si misura solo in lanci riusciti, ma anche nella capacità di occupare uno spazio prima ancora di avere i mezzi per riempirlo davvero.