Sonno e attività fisica potrebbero fare molto più di quanto si pensasse contro le malattie cardiache, soprattutto quando il rischio è scritto nel DNA. Nuovi dati ottenuti sui topi suggeriscono infatti che alcune buone abitudini possano smorzare gli effetti di mutazioni genetiche che, con il tempo, spingono verso l’aterosclerosi, cioè l’irrigidimento e l’ostruzione delle arterie che è alla base di tanti problemi al cuore.
Il punto di partenza riguarda un fenomeno che si accumula negli anni. Le cellule del sistema immunitario, mentre si moltiplicano e si rinnovano nel corso della vita, vanno incontro a piccoli errori nel loro materiale genetico. Non si tratta di mutazioni ereditate dai genitori, ma di alterazioni che compaiono lungo il cammino, dette anche difetti acquisiti. Alcune di queste glitch nel DNA, come vengono chiamate in modo molto colloquiale, non restano innocue: finiscono per favorire proprio quei processi infiammatori che alimentano l’aterosclerosi.
Malattie cardiache scritte nel DNA: cosa raccontano i nuovi dati sui topi
La parte interessante arriva proprio qui. Le evidenze raccolte in laboratorio mostrano che modifiche nello stile di vita potrebbero in parte compensare questi errori genetici. In altre parole, anche quando le cellule immunitarie portano con sé mutazioni che predispongono ai problemi cardiaci, ci sarebbero margini per intervenire senza per forza passare dai farmaci. Il merito, stando a quanto emerge, andrebbe ricondotto a due fattori in particolare: un buon riposo notturno e il movimento regolare.
Il sonno e l’esercizio fisico, infatti, sembrano capaci di attenuare la spinta verso la malattia che arriva da questi difetti del DNA. È un dettaglio che cambia la prospettiva. Per anni il rischio genetico è stato letto quasi come una condanna scritta, qualcosa su cui si può fare poco o nulla. Questi risultati, invece, raccontano una storia diversa, fatta di possibilità concrete legate alle scelte di tutti i giorni.
Perché conta lo stile di vita
Va detto con chiarezza: si parla di ricerca condotta sui topi, quindi siamo ancora lontani da conclusioni definitive sull’essere umano. Gli studi su modelli animali servono a capire i meccanismi, a osservare come reagisce l’organismo, ma il passaggio alle persone richiede sempre prudenza e ulteriori verifiche. Detto questo, la direzione indicata è incoraggiante.
L’idea di fondo è semplice ma potente. Le mutazioni acquisite nelle cellule immunitarie esistono, si accumulano con l’età e possono spingere il cuore verso guai seri. Eppure non agiscono in un vuoto. L’ambiente in cui queste cellule lavorano, lo stato generale del corpo, il modo in cui ci si prende cura di sé tutto questo entra in gioco. E due leve come dormire bene e muoversi con costanza risultano, almeno nei modelli studiati, capaci di abbassare la pressione che questi difetti genetici esercitano sul sistema cardiovascolare.
Resta il dato centrale di questa ricerca: contro i driver genetici delle malattie cardiache, le abitudini quotidiane non sono affatto irrilevanti. Anche di fronte a un DNA che gioca contro, sonno e attività fisica potrebbero rappresentare un contrappeso reale, qualcosa su cui costruire prevenzione invece di limitarsi a subire il rischio.