Chi ha comprato di recente una televisione se ne sarà accorto: le smart TV costano sorprendentemente poco, molto meno di quanto ci si aspetterebbe visto che chip e memorie continuano a rincarare. Non è generosità dei produttori e non è nemmeno una coincidenza. È il segnale che il modello di business dietro questi apparecchi è cambiato completamente, al punto che chi le accende ogni sera è diventato il vero prodotto, più che il cliente. Le analisi di settore raccontano una cosa semplice quanto scomoda. Il televisore in sé sta smettendo di essere la fonte principale di guadagno. Quello che conta davvero arriva dopo, nel momento esatto in cui si collega l’apparecchio a Internet e si comincia a usarlo. Da lì parte tutto il resto.
Dove finiscono i vostri dati mentre guardate la serie preferita
Le moderne smart TV raccolgono una mole impressionante di informazioni. Orari di utilizzo, app aperte, programmi preferiti, quanto tempo si resta davanti allo schermo. Con questi dati i produttori costruiscono profili dettagliati, veri e propri identikit digitali che valgono oro per inserzionisti e partner commerciali. La pubblicità mirata che ne nasce compensa senza problemi i margini risicati sulla vendita dell’hardware.
Basta guardare la schermata iniziale di un televisore recente per capirlo. Non è più un menu neutro da cui lanciare le app, ma una vetrina commerciale a tutti gli effetti: contenuti sponsorizzati, banner, suggerimenti che sembrano utili ma hanno soprattutto uno scopo promozionale. Più l’apparecchio resta connesso e viene usato, più il produttore incassa. Questo spiega anche una faccenda curiosa. Samsung, che nel settore comanda, all’inizio dell’anno aveva paventato aumenti legati al costo crescente delle memorie. Quei rincari poi non sono arrivati. I ricavi pubblicitari hanno fatto da cuscinetto, coprendo le spese in salita. Sui modelli entry-level la logica è ancora più spinta: il guadagno sulla vendita è praticamente zero e il valore dell’utente viene recuperato tutto attraverso il sistema operativo proprietario negli anni successivi.
Un modello già maturo oltreoceano e in arrivo da noi
Negli Stati Uniti questa dinamica è ormai consolidata. L’esempio più eclatante è l’acquisizione del marchio Vizio da parte di Walmart, un’operazione pensata per incrociare gli acquisti fatti nei negozi e online con le abitudini di visione, ottenendo profili chirurgici per le campagne. Anche Roku e Amazon Fire TV hanno costruito buona parte del loro successo così, con interfacce che spingono contenuti sponsorizzati e abbonamenti.
In Europa il fenomeno cresce ma non ha ancora raggiunto quei livelli. La rotta però è tracciata. Si diffonderanno in fretta sistemi operativi indipendenti come Vidaa di Hisense, Titan OS e TiVo OS, piattaforme nate apposta per costruire ecosistemi chiusi capaci di monetizzare il tempo passato davanti allo schermo. In pratica ci ritroveremo con una presenza sempre più ingombrante di contenuti promossi e pubblicità integrate nell’esperienza di tutti i giorni. In Italia qualcosa si nota già, con il calo di Android TV nel continente.
L’unica vera eccezione resta Apple TV 4K, che propone un’interfaccia sostanzialmente priva di pubblicità interna. Le eventuali inserzioni arrivano solo dalle singole app di streaming, mai dalla piattaforma. Una scelta che Apple può permettersi perché il suo giro d’affari non dipende dalla monetizzazione pubblicitaria del dispositivo.