Gli smart glasses hanno cominciato a fare qualcosa di diverso dal solito, cioè non finire al polso o sul naso di un appassionato di tecnologia, ma entrare dentro le operazioni di soccorso in montagna come strumento vero. Il soccorritore li indossa, lavora sul paziente a mani libere e nel frattempo un medico collegato da remoto vede esattamente quello che ha davanti l’operatore sul campo. Lo guida passo dopo passo, manovra dopo manovra, senza dover essere fisicamente lì.
Questa è l’idea alla base del progetto usARe, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Bruno Kessler di Trento e l’area Ricerca e Sviluppo di CertotticaGroup di Longarone. La sperimentazione si è svolta tra aprile e maggio 2026 nell’hangar del Soccorso Alpino di Belluno, che per l’occasione è stato trasformato in una specie di laboratorio operativo.
Come sono andati i test sul campo
Agli undici partecipanti ai test è stato chiesto di mettersi in gioco davvero. Tra loro c’erano operatori del Soccorso Alpino regionale, personale Suem e volontari di Croce Rossa e Vola. Hanno provato gli occhiali in scenari realistici, sia al chiuso che all’aperto, compresi interventi simulati dentro un’ambulanza. E qui viene il bello, perché i risultati dei focus group parlano di una elevata facilità d’uso e di un carico cognitivo ridotto.
Due elementi che, quando si lavora sotto pressione, contano più di quanto si pensi. La tecnologia assiste ma non si mette in mezzo, non interferisce con il gesto operativo. Chi soccorre continua a fare quello che sa fare, con in più un paio di occhi esperti che seguono tutto dall’altra parte del collegamento.
Le sfide ancora aperte
Il concetto regge, però ci sono nodi da sciogliere che sarebbe un errore mettere da parte. La trasmissione in tempo reale di immagini mediche apre questioni serie sul fronte della privacy, e non è un dettaglio secondario. Poi c’è la tenuta dei dispositivi in condizioni ambientali estreme, tutta ancora da verificare quando si esce dall’hangar e ci si trova davvero in parete, sotto la pioggia o al freddo.
E infine la nota dolente di sempre quando si parla di montagna, cioè la connettività. Nelle zone più isolate una rete dati affidabile è merce rara, e qualsiasi soluzione che dipenda dalla trasmissione dei dati si scontra con questo limite. A tutto questo si aggiunge il fatto che l’attivazione del sistema andrebbe resa ancora più immediata, perché nei momenti concitati di un intervento ogni secondo perso a smanettare è un secondo che pesa. Sono i passaggi su cui il progetto dovrà misurarsi prima di poter uscire dalla fase sperimentale.