Tra i protagonisti più affascinanti della Guerra Fredda c’è il MiG-25 Foxbat, un caccia sovietico che ancora oggi resta un simbolo dell’ingegneria militare di quell’epoca. Un velivolo che mantiene un suo primato da oltre mezzo secolo e che racconta tanto del modo di pensare di chi lo aveva progettato.
L’idea era semplice nella sua ambizione: costruire qualcosa capace di raggiungere velocità eccezionali per intercettare i velivoli più rapidi degli Stati Uniti. E ci riuscì, toccando Mach 3,2, circa 3.520 km/h. Numeri che fanno ancora impressione. Peccato che dietro quel record ci fosse un prezzo da pagare piuttosto salato, perché spingere l’aereo oltre i suoi limiti operativi significava mettere a rischio seriamente i motori.
Nato per una sola cosa: andare forte
Sviluppato dall’Unione Sovietica nei primi anni Sessanta, il Mikoyan-Gurevich MiG-25 nacque per contrastare minacce ad alta quota e ad altissima velocità come il bombardiere sperimentale XB-70 Valkyrie e l’aereo da ricognizione Lockheed SR-71 Blackbird. Il prototipo volò per la prima volta nel 1964, mentre l’ingresso in servizio arrivò nel 1970. E qui sta la differenza rispetto ai caccia multiruolo di oggi, quelli pensati per mettere insieme furtività, sensori avanzati e manovrabilità. Il Foxbat sacrificava praticamente tutto il resto pur di privilegiare una sola caratteristica: la velocità.
Merito dei due enormi motori turbojet Tumansky R-15, di una fusoliera affusolata e di un’aerodinamica studiata apposta per le alte velocità. Riusciva a salire oltre i 24.000 metri di quota e ad accelerare più rapidamente della maggior parte degli aerei da combattimento del suo tempo. Una macchina costruita attorno a un’unica ossessione.
C’è poi un dettaglio curioso sulla sua struttura. Era realizzata in acciaio inox, materiale più pesante del titanio ma molto più economico da produrre. Soprattutto, sopportava bene il forte riscaldamento aerodinamico che si genera durante il volo ad altissima velocità. A Mach 3, infatti, la temperatura sulla superficie dell’aereo poteva superare i 300 gradi Celsius, abbastanza da compromettere le tradizionali leghe di alluminio.
Il limite che pesava davvero
Ed eccolo il punto debole. Pur essendo capace di raggiungere circa Mach 3,2, la velocità operativa ufficiale era fissata a Mach 2,83. Oltre quella soglia le temperature interne delle turbine salivano in fretta, fino a causare danni irreversibili ai motori. Una dimostrazione di forza, certo, ma pagata a caro prezzo. Quel record andava maneggiato con cura, quasi mai sfruttato fino in fondo.
Ancora oggi pochissimi caccia operativi riescono ad avvicinarsi alle prestazioni del Foxbat. L’F-22 Raptor arriva a circa Mach 2, mentre l’F-35 Lightning II si ferma intorno a Mach 1,6. Il suo successore, il MiG-31, tocca circa Mach 2,8. Solo il celebre SR-71 Blackbird riusciva a superare stabilmente il MiG-25, mantenendo velocità superiori a Mach 3,2 per lunghi periodi. Ma era un velivolo da ricognizione strategica, non un caccia intercettore.
C’è infine una curiosità che in pochi conoscono. L’arrivo del Foxbat contribuì ad accelerare lo sviluppo dell’F-15 Eagle negli Stati Uniti. Quando nel 1976 il pilota sovietico Viktor Belenko disertò atterrando in Giappone con il suo MiG-25, gli analisti occidentali si trovarono davanti un progetto molto meno sofisticato di quanto avessero immaginato. Elettronica basata su valvole termoioniche, ampio uso di acciaio inox, una costruzione robusta ma tutt’altro che complessa. Insomma, il MiG-25 non puntava sulla raffinatezza tecnologica, ma sull’efficacia rispetto al compito per cui era stato pensato: volare più veloce di quasi qualsiasi altro caccia della sua epoca.