Siri AI arriva con risultati promettenti nei primi test, ma c’è ancora qualcosa che manca all’appello. La nuova versione dell’assistente digitale, presentata da Apple durante la WWDC 2026, fa un bel passo avanti rispetto al passato eppure non riesce ancora a tenere il passo dei rivali quando le richieste si fanno davvero complicate. E poi c’è un dettaglio non da poco: il supporto per i chatbot di terze parti, per ora, resta fuori dai giochi.
Cosa sa fare la nuova Siri e cosa ancora no
A dirlo è Mark Gurman, giornalista di Bloomberg, che ha messo le mani sulle prime prove dell’assistente. Il giudizio è tutto sommato positivo. Siri AI mette finalmente sul piatto quasi tutte le funzioni promesse due anni fa e poi mai concretizzate. Adesso risponde in modo sensato anche a richieste più personali, va a pescare informazioni dentro le app e capisce cosa sta succedendo sullo schermo. In pratica gestisce gran parte delle attività di tutti i giorni, e questo significa che la maggior parte degli utenti non ha più bisogno di aprire ogni volta ChatGPT o altri assistenti simili.
Il problema arriva quando si alza l’asticella. Per i compiti più impegnativi Siri resta indietro rispetto alla concorrenza. Parliamo di ricerche approfondite, analisi dei dati, scrittura di codice, revisione di documenti legali, oltre alla creazione di grafici, presentazioni e fogli di calcolo. Roba che i rivali offrono già, mentre qui bisognerà aspettare. Apple potrebbe aggiungere queste funzioni più avanti, magari insieme allo sviluppo delle cosiddette capacità agentiche, quelle che permettono all’assistente di portare a termine azioni in autonomia per conto di chi lo usa.
Le estensioni e la questione dei chatbot esterni
C’è poi tutta la faccenda delle estensioni, anticipata da Gurman già verso la fine di marzo. Queste consentirebbero di scegliere un chatbot di terze parti direttamente dall’interno di Siri. E qualche traccia si vede pure: nel codice di iOS 27 ci sono indizi che puntano proprio in quella direzione. Solo che Apple, almeno per ora, ha preferito non mostrare nulla.
Sul perché di questa scelta, il giornalista azzarda quattro spiegazioni. La prima riguarda il Digital Markets Act europeo: aprire ai chatbot esterni dimostrerebbe la disponibilità di Apple a rispettare le regole sull’interoperabilità. La seconda è più strategica, perché un’apertura del genere finirebbe per mettere in ombra la stessa Siri AI. E poi c’è la questione dell’esclusività con OpenAI, che potrebbe saltare con il rischio di una denuncia per violazione contrattuale. A chiudere il cerchio, le solite preoccupazioni legate alla privacy.
Un altro punto interessante sollevato da Gurman riguarda i costi. Siri AI e le funzioni di Apple Intelligence sono gratuite, questo è chiaro. Ma offrire capacità più sofisticate vuol dire far lievitare le spese per i server. Da qui l’ipotesi tutt’altro che remota di un abbonamento dedicato alle funzionalità premium, magari accompagnato da qualche limite sul numero di richieste che si possono fare.