Quando si parla di guerra civile tra scimpanzé, il termine potrebbe sembrare fuori luogo. Eppure è esattamente quello che è successo nella comunità di Ngogo, in Uganda, dove il più grande gruppo conosciuto di scimpanzé si è spaccato in due, arrivando a uccisioni e violenze che ricordano dinamiche fin troppo familiari. Uno studio pubblicato su Science ha ricostruito nel dettaglio questa escalation, sollevando domande scomode su quanto i conflitti umani abbiano radici più profonde di quelle culturali.
La comunità di Ngogo è studiata da anni dai ricercatori e conta oltre duecento esemplari. Per lungo tempo ha funzionato come un unico grande gruppo coeso, con sottogruppi interni piuttosto fluidi: alcuni individui si spostavano, altri tornavano, e gli accoppiamenti avvenivano liberamente tra membri di gruppi diversi, come confermato dalle analisi genetiche. Poi, intorno al 2015, qualcosa ha cominciato a cambiare. Il dinamismo interno si è fermato, sostituito da una separazione sempre più netta tra il gruppo centrale e il gruppo occidentale. A evidenziare questa frattura è stato anche l’algoritmo di Leiden, un sistema capace di individuare comunità all’interno di reti sociali complesse. Prima sono arrivati gli allontanamenti, gli inseguimenti, gli evitamenti. Poi le aggressioni vere e proprie, la divisione dei territori e una separazione riproduttiva totale: nessun mescolamento genetico dal 2015 in poi. La situazione è degenerata ulteriormente nei primi anni del decennio successivo, quando le aggressioni sono diventate mortali. Dal 2018 sette maschi e diciassette cuccioli sono stati uccisi durante attacchi da parte di uno dei due gruppi.
Le possibili cause della frattura nella comunità di Ngogo
Aaron Sandel, a capo dello studio dalla University of Texas, ha spiegato che gli scimpanzé di Ngogo sono arrivati a uccidere membri del loro vecchio gruppo. Un fatto rarissimo tra i primati: secondo gli autori, una scissione di questo tipo avverrebbe circa una volta ogni 500 anni. I motivi? Non ce n’è uno solo. I ricercatori elencano una combinazione di fattori: la competizione per il cibo, la competizione per gli accoppiamenti, la perdita di membri adulti e cambiamenti nel ruolo del maschio alfa, un’epidemia respiratoria e, più in generale, la difficoltà oggettiva di tenere insieme un gruppo così numeroso. “Le nuove identità di gruppo stanno soppiantando i rapporti di cooperazione esistenti da anni”, ha commentato Sandel.
Cosa dicono questi scimpanzé sui conflitti umani
La parte più interessante dello studio riguarda proprio il parallelo con la nostra specie. Lo studio su Science sottolinea che il ruolo delle relazioni sociali nei conflitti potrebbe essere molto più profondo di quanto si pensi. “È facile attribuire la polarizzazione e la guerra che si verificano oggi tra gli esseri umani a divisioni etniche, religiose o politiche”, si legge nelle conclusioni. “Tuttavia, concentrarsi esclusivamente su questi fattori culturali significa trascurare i processi sociali che plasmano il comportamento umano, processi presenti anche in uno dei nostri parenti animali più prossimi. In alcuni casi, è proprio nei piccoli gesti quotidiani di riconciliazione e ricongiungimento tra individui che troviamo opportunità di pace“.
Sulla stessa linea si è espresso James Brooks del German Primate Center di Gottinga, nella perspective che accompagna la pubblicazione. Brooks ha insistito sulla flessibilità delle relazioni di gruppo tra esseri umani, che permette una cooperazione profonda ma è anche alla base di atti di violenza estrema. “Gli esseri umani devono imparare dallo studio del comportamento di gruppo di altre specie, sia in tempo di guerra che di pace, ricordando che il loro passato evolutivo non determina il loro futuro”.