Una missione umana su Saturno è uno di quei sogni che ogni tanto riaffiora nelle discussioni tra appassionati di esplorazione spaziale. Suona epico, avventuroso, quasi cinematografico. Ma quanto c’è di realistico in tutto questo? La risposta, purtroppo, non è delle più incoraggianti. Mandare un equipaggio fino al sesto pianeta del sistema solare significherebbe affrontare una serie di ostacoli che, allo stato attuale della tecnologia e della nostra comprensione della fisiologia umana nello spazio, rendono l’impresa sostanzialmente impossibile. Non si tratta solo di distanza, anche se quella basterebbe già a scoraggiare chiunque. Si tratta di tutto quello che la distanza si porta dietro: tempo, radiazioni, risorse, salute mentale e fisica degli astronauti.
Partiamo da un dato semplice. Saturno si trova, nella migliore delle ipotesi, a circa 1,2 miliardi di chilometri dalla Terra. Per capire la scala: la luce impiega più di un’ora per coprire quella distanza. Una sonda come Cassini ha impiegato quasi sette anni per arrivarci, e parliamo di un oggetto senza bisogno di cibo, acqua, ossigeno o compagnia. Per un equipaggio umano, anche ipotizzando sistemi di propulsione più avanzati di quelli attuali, il viaggio verso Saturno richiederebbe anni. E quegli anni andrebbero trascorsi in un ambiente chiuso, confinato, con radiazioni cosmiche che bombardano il corpo senza sosta. Le protezioni che oggi si utilizzano sulla Stazione Spaziale Internazionale non sarebbero sufficienti per un tragitto così lungo e così esposto al di fuori della magnetosfera terrestre.
Saturno: i problemi fisici e logistici di un viaggio così estremo
Poi c’è la questione della gravità zero prolungata. Sappiamo già che permanenze lunghe in microgravità causano perdita di massa ossea, atrofia muscolare, problemi alla vista e alterazioni del sistema cardiovascolare. Gli astronauti sulla Stazione Spaziale, che restano in orbita per sei mesi o poco più, tornano a terra con il corpo provato. Un viaggio di andata e ritorno verso Saturno durerebbe potenzialmente oltre un decennio. Nessun essere umano è mai stato esposto a condizioni simili, e non esistono dati sufficienti per sapere se il corpo potrebbe reggere.
C’è anche un aspetto logistico enorme. Portare abbastanza provviste per un equipaggio durante un viaggio così lungo richiederebbe una nave di dimensioni colossali. E più grande è la nave, più carburante serve, più peso si aggiunge, più tutto diventa complicato e costoso. Anche immaginando sistemi di riciclo perfetti per acqua e aria, il cibo resterebbe un problema non banale. Le tecnologie di coltivazione in ambiente spaziale sono promettenti ma ancora lontane dal poter sostenere un intero equipaggio per anni.
E anche se si arrivasse, cosa si troverebbe?
Ammesso e non concesso che qualcuno riuscisse ad arrivarci, Saturno non offre esattamente un posto dove atterrare. È un gigante gassoso, privo di superficie solida. L’unica opzione sarebbe orbitare attorno al pianeta o tentare di raggiungere una delle sue lune, come Titano o Encelado. Titano in particolare ha un’atmosfera densa e laghi di metano liquido, un ambiente affascinante dal punto di vista scientifico ma assolutamente ostile per la vita umana.
La comunicazione rappresenterebbe un ulteriore problema. I segnali radio impiegherebbero tra i 70 e i 90 minuti per raggiungere la Terra, rendendo qualsiasi conversazione in tempo reale impossibile. L’equipaggio si troverebbe sostanzialmente isolato, costretto a prendere decisioni autonome in caso di emergenze, senza possibilità di supporto immediato dal controllo missione.