Samsung, SK Hynix e Micron finiscono nel mirino di una class action depositata negli Stati Uniti, con un’accusa pesante: avrebbero contribuito a creare la crisi delle RAM tenendo i prezzi delle memorie artificialmente alti e riducendo allo stesso tempo la disponibilità sul mercato. Una mossa che, se confermata, spiegherebbe parecchio di quello che gli utenti hanno vissuto sulla propria pelle negli ultimi tempi.
Per anni si è raccontato che il RAMageddon fosse colpa soprattutto della domanda enorme di moduli di memoria per i datacenter che fanno girare le intelligenze artificiali. E in parte è vero. Ma secondo i documenti alla base della denuncia non sarebbe l’unica spiegazione dei rincari clamorosi che hanno colpito sia i componenti per PC sia le console da gioco.
Cosa contesta la class action
Il succo dell’accusa è semplice. Le tre aziende avrebbero ridotto la produzione, coordinato il passaggio verso le memorie HBM e mollato i moduli DDR3 e DDR4, per poi tagliare e bloccare l’offerta di DRAM convenzionale proprio mentre i prezzi salivano a una velocità e con una portata mai viste prima. Una sincronia che, agli occhi dei querelanti, ha tutta l’aria di non essere casuale.
Nei documenti si legge che la strategia avrebbe già dato i frutti sperati, perché “gli acquirenti di DRAM convenzionale e dei dispositivi che la incorporano hanno pagato prezzi superiori a quelli che si sarebbero verificati in un mercato competitivo”. In altre parole, chi ha comprato ha pagato di più di quanto avrebbe dovuto. C’è poi un ragionamento che i querelanti considerano la prova del nove. Un rincaro così rapido, in un mercato sano, avrebbe dovuto attirare nuova offerta. Almeno uno dei tre produttori avrebbe avuto tutto l’interesse ad aumentare la produzione per cavalcare i margini più alti, costringendo gli altri a inseguire o a perdere quote di mercato. Non è successo niente del genere. E secondo l’accusa questo silenzio collettivo dice molto.
Un oligopolio di fatto
Il recente aumento di prezzo di Xbox Series X|S è solo l’ultimo effetto di un mercato che dipende in modo quasi totale dalla disponibilità e dai costi delle memorie, prodotte praticamente in regime di oligopolio. E questo è proprio uno dei punti centrali della denuncia.
Costruire un singolo impianto per la produzione di DRAM richiede decine di miliardi di dollari, equivalenti a diverse decine di miliardi di euro, oltre ad anni di lavoro e a competenze accumulate nel tempo. Tutto questo taglia fuori chiunque voglia provare a entrare nel settore da zero. Il risultato pratico è chiaro: “quando queste tre aziende limitano l’offerta, nessun operatore esterno è in grado di aumentare la produzione per fare concorrenza e abbassare i prezzi”, recita il documento. .