Swift sta per cadere sul pianeta, e no, non parliamo della copertura mediatica intorno al matrimonio di Taylor Swift a New York. Il riferimento è all’osservatorio spaziale Swift, che potrebbe precipitare entro la fine di quest’anno a meno che non vada a buon fine una missione fuori dal comune messa in campo dalla NASA. Ecco i dettagli più importanti da conoscere su questa vicenda che tiene con il fiato sospeso gli appassionati di astronomia.
Cos’è l’osservatorio Swift
Lanciato il 20 novembre 2004, il Neil Gehrels Swift Observatory è un osservatorio spaziale da 500 milioni di dollari, ovvero circa 460 milioni di euro, progettato per individuare e studiare i lampi di raggi gamma, alcune tra le esplosioni più energetiche dell’universo. Questi fenomeni si verificano quando stelle massicce collassano formando buchi neri, oppure quando due oggetti densissimi, come le stelle di neutroni, si fondono. Una volta localizzati questi eventi, Swift ne trasmette la posizione a osservatori sparsi in tutto il mondo, così che possano essere analizzati su diverse lunghezze d’onda.
L’osservatorio misura 5,6 metri per 5,4 metri e dispone di tre strumenti principali che lavorano in modo complementare. C’è il telescopio per raggi gamma, il cosiddetto Burst Alert Telescope o BAT, che rileva il lampo iniziale. Poi il telescopio a raggi X, l’XRT, che studia l’emissione successiva. Infine il telescopio ottico ultravioletto, l’UVOT, che osserva la luce visibile e quella ultravioletta dell’evento.
In origine si chiamava Swift Gamma-Ray Burst Explorer, ma nel 2018 è stato ribattezzato in onore dell’astronomo Neil Gehrels, che ebbe un ruolo importante nel suo sviluppo. Pensato per operare pochi anni in orbita terrestre bassa, ha superato ampiamente la vita utile prevista, contribuendo a scoperte importanti sull’evoluzione del cosmo. Per chi vuole continuare a studiare l’universo primitivo, questo osservatorio spaziale conserva un valore enorme.
Perché sta precipitando e cosa succede se cade
Swift sta perdendo quota perché non possiede un sistema di propulsione proprio con cui correggere l’orbita. Negli ultimi mesi l’aumento dell’attività solare ha riscaldato e dilatato gli strati superiori dell’atmosfera terrestre, generando una maggiore resistenza all’avanzamento del satellite. Questo attrito atmosferico ne rallenta poco alla volta la velocità orbitale, facendolo scendere sempre più rapidamente.
Il processo, noto come decadimento orbitale, non significa che l’osservatorio stia collassando dal punto di vista strutturale, ma che la sua orbita si sta deteriorando. In questo momento si trova a un’altitudine di circa 360 chilometri. Se non verrà rialzato, il satellite finirà per rientrare nell’atmosfera e sarà distrutto dal calore intenso dell’attrito. Il tutto dovrebbe avvenire intorno a ottobre.
Come funziona la missione di salvataggio della NASA
Poiché Swift continua a funzionare e resta scientificamente prezioso, la NASA ha avviato una missione da 30 milioni di dollari, circa 28 milioni di euro, per sollevarne l’orbita di 240 chilometri e prolungarne così la vita, prima che raggiunga una quota da cui non sarebbe più recuperabile. Il 3 luglio è partita la missione Swift Boost, che mette in orbita la navicella robotica LINK, sviluppata dalla startup statunitense Katalyst Space, a bordo di un razzo Pegasus XL di Northrop Grumman.
Nelle settimane successive LINK verificherà il funzionamento dei propri sistemi di navigazione, sensori e propulsione prima di avvicinarsi a Swift. Una volta raggiunto l’osservatorio, effettuerà un’ispezione per individuare il punto migliore di aggancio e, con l’aiuto dei bracci robotici, si accoppierà al satellite. A quel punto userà i propulsori per alzare gradualmente l’orbita di Swift nell’arco di diversi mesi, riportandolo a un’altitudine sicura da cui riprendere le osservazioni scientifiche.
Se LINK ci riuscirà, sarà la prima volta che una navicella robotica privata cattura e traina un satellite scientifico del governo statunitense. Guardando alle tonnellate di detriti spaziali che ci fluttuano sopra la testa, il successo di questa impresa segnerebbe un traguardo importante per chi punta ad avviare altre missioni volte a riparare, rifornire o riposizionare i satelliti anziché sostituirli, con la possibilità concreta di ridurre i costi delle operazioni nello spazio.