Thomas Mahler, il director dietro la serie di Ori, ha deciso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa parlando della direzione presa da Xbox negli ultimi tempi. Il messaggio, in sostanza, è uno solo. Microsoft dovrebbe smettere di guardarsi troppo indietro e iniziare a scommettere sui creativi che hanno qualcosa di nuovo da raccontare. Niente giri di parole, niente diplomazia di facciata, solo una critica abbastanza diretta a come sta muovendo le pedine la casa di Redmond.
Il momento, va detto, non è dei più sereni per la divisione gaming. Da quando Asha Sharma ha preso in mano le redini, l’aria che si respira dentro Xbox sembra cambiata, e non in meglio. Negli ultimi giorni si sono rincorse voci su tagli al personale, ristrutturazioni interne e dubbi sul destino di alcuni studi. Una fotografia ancora sfocata, con tanti pezzi che mancano all’appello.
Il talento creativo prima della nostalgia
Il ragionamento di Mahler ruota tutto attorno a un’idea piuttosto semplice. Le grandi proprietà intellettuali non nascono dal nulla e nemmeno dal riproporre all’infinito quello che ha già funzionato. Nascono da persone, da idee, da scommesse che a volte sembrano azzardate. E qui il riferimento a Ori diventa quasi naturale. Un titolo arrivato un po’ in punta di piedi, che ha conquistato pubblico e critica grazie a una visione precisa, a un’identità tutta sua. Insomma, qualcosa che difficilmente sarebbe esistito se chi comandava avesse puntato solo sul sicuro.
L’idea che Ori potesse diventare per Xbox quello che Mario rappresenta per Nintendo è suggestiva, certo. Una mascotte, un volto riconoscibile, un personaggio capace di incarnare lo spirito di un’intera piattaforma. Eppure quella strada, a quanto pare, non è stata percorsa fino in fondo. E la frustrazione di chi quel mondo lo ha creato si sente, eccome.
La critica più affilata riguarda proprio l’approccio alla nostalgia. Recuperare vecchi marchi, far rivivere glorie passate, accontentare chi vuole ritrovare ciò che amava anni fa. Tutto legittimo, per carità. Ma se diventa la bussola principale, il rischio è quello di restare fermi, di non costruire niente di davvero memorabile per il futuro. Mahler sembra suggerire che la vera forza di un’azienda come Microsoft dovrebbe stare altrove, nella capacità di individuare e coltivare chi ha il coraggio di provarci.
Una situazione ancora in evoluzione
Resta il fatto che il contesto attuale rende queste parole ancora più pesanti. Con i rumor sui possibili licenziamenti che continuano a circolare e una divisione gaming che attraversa una fase di assestamento parecchio delicata, le critiche di chi ha lavorato dall’interno acquistano un peso diverso. Non sono semplici lamentele estemporanee, ma osservazioni che arrivano da qualcuno che conosce bene le dinamiche di quel mondo.
Il punto sollevato da Mahler, tra le righe, è anche un invito a riflettere su cosa renda davvero forte una piattaforma di gioco. Non basta accumulare studi e proprietà intellettuali. Serve una direzione, una visione, la voglia di rischiare su qualcosa che ancora non esiste. E forse, almeno secondo chi ha dato vita a un piccolo gioiello come Ori, è proprio questo l’ingrediente che è mancato. La macchina di Redmond, intanto, continua a muoversi tra indiscrezioni e riorganizzazioni, mentre il quadro completo resta ancora tutto da comporre.