Una causa collettiva ha messo nel mirino Obsidian Entertainment, lo studio sotto l’ala di Xbox Game Studios diventato celebre per titoli come Fallout: New Vegas, The Outer Worlds, Avowed e Pentiment. Le accuse parlano di presunte violazioni delle leggi sul lavoro dello Stato della California, messe in atto secondo i ricorrenti per gonfiare i profitti dell’azienda. La software house, dal canto suo, respinge ogni addebito in maniera categorica.
Cosa sostiene la causa contro Obsidian
A guidare l’azione legale è Victoria Turner, ex dipendente che ricopriva il ruolo di QA lead all’interno dello studio. Il procedimento era stato avviato nell’ottobre del 2025 e poi modificato lo scorso gennaio 2026, quando è stata messa nero su bianco l’intera lista delle contestazioni mosse verso Obsidian Entertainment.
Nel documento si legge che la querelante accusa i convenuti di aver portato avanti uno schema sistematico di violazioni in materia di salari e orari, regolato dal California Labor Code e dalle disposizioni della Industrial Welfare Commission. Il tutto, secondo la causa, contribuirebbe a una concorrenza sleale deliberata.
L’elenco delle accuse è piuttosto lungo. Si va dal mancato pagamento di tutti i salari dovuti, comprese le retribuzioni minime e gli straordinari, fino al non aver garantito le pause pasto previste dalla legge o un compenso alternativo. Ci sono poi le accuse legate alle pause di riposo non concesse, ai costi aziendali non rimborsati, alle buste paga non dettagliate in modo corretto e al pagamento dei salari non avvenuto nei tempi giusti durante il rapporto di lavoro. Non manca infine la contestazione sul mancato versamento di quanto dovuto al momento della cessazione del rapporto.
La difesa dello studio e il contesto Xbox
Come accennato, Obsidian nega tutto in blocco e chiede che la causa venga archiviata “con pregiudizio”, formula che mira a chiudere definitivamente la questione. Lo studio si è spinto oltre, sostenendo che i dipendenti avrebbero “acconsentito o tollerato” la rinuncia alle pause pranzo, definendo questa scelta come una rinuncia volontaria alle pause pasto o di riposo.
Una linea difensiva curiosa, quando ci si trova accusati di non aver rispettato le norme sul lavoro e si risponde ribaltando la prospettiva, come a dire che le regole non sono state violate perché sono stati i lavoratori a scegliere di rinunciare al proprio diritto alla pausa pranzo.
Capire come evolverà questo caso ha il suo peso, perché l’esito potrebbe diventare un punto di riferimento per le future accuse di sovraccarico di lavoro e di crunch rivolte agli studi di sviluppo. È anche un ulteriore tassello dentro la situazione complicata che riguarda l’intera divisione Xbox, mentre il settore osserva e si prepara a quello che molti temono possa essere uno dei peggiori cicli di licenziamenti di massa degli ultimi anni.