La NATO sta testando uno scudo anti drone sempre più sofisticato, e l’ultima dimostrazione di forza è arrivata dalla Lituania, praticamente a ridosso del confine con la Bielorussia. Si chiama Project Flytrap 5.0 ed è un’esercitazione su larga scala che ha messo insieme radar avanzati, sistemi di intercettazione cinetica e intelligenza artificiale per contrastare sciami di droni nemici in uno scenario che replica le condizioni più estreme dei conflitti moderni.
Oltre 50 tecnologie in una rete unica: così funziona lo scudo NATO anti drone
L’esercitazione rientra nell’iniziativa più ampia Saber Strike 26, partita a fine aprile e terminata il 19 maggio. La novità più significativa di questa edizione è stata la fusione, per la prima volta, dei sistemi tattici di Stati Uniti e Regno Unito in un’unica rete condivisa. Un traguardo che sulla carta può sembrare burocratico, ma nella pratica significa che oltre 50 tecnologie fornite da aziende partner hanno potuto dialogare tra loro in tempo reale: radar di ultima generazione, disturbatori di frequenze radio, veicoli terrestri senza pilota e intercettori cinetici, cioè armi pensate per distruggere fisicamente il bersaglio in volo.
A gestire tutta questa mole di strumenti sono stati i soldati del Secondo Reggimento di Cavalleria statunitense, affiancati dalla cinquantaduesima Brigata di Artiglieria Controaerea e dal Terzo Reggimento Paracadutisti britannico. I militari coinvolti si sono trovati dentro uno scenario d’azione reale, dove una forza d’attacco simulata utilizzava decine di droni commerciali a basso costo, esattamente il tipo di minaccia che sta diventando sempre più comune nei conflitti attuali. L’obiettivo era capire come combattere e condurre manovre offensive in un ambiente completamente saturo di droni e sistemi di guerra elettronica. Un’estremizzazione, certo, ma anche la simulazione dello scenario peggiore e più realistico che le forze NATO potrebbero trovarsi ad affrontare.
Dal singolo operatore allo squadrone: il percorso graduale verso lo scudo anti drone
Project Flytrap non è nato dal nulla. Il percorso che ha portato a questo livello di coordinamento è stato costruito passo dopo passo. Tra maggio e agosto dello scorso anno, le versioni precedenti dell’esercitazione, condotte tra Germania e Polonia, avevano stabilito quali strumenti assegnare ai singoli reparti e definito le tattiche di base per le piccole unità. Poi, a novembre, il lavoro si è concentrato sulle competenze dei singoli operatori. Con la versione 5.0, invece, l’integrazione ha raggiunto per la prima volta la scala di un intero squadrone. Un salto notevole, che dà la misura di quanto la NATO stia accelerando su questo fronte.