A due giorni dal fischio d’inizio, i Mondiali di calcio 2026 tra Canada, Stati Uniti e Messico si presentano con un’incognita che pesa più di qualsiasi pronostico: il clima. Si parte giovedì 11 giugno alle 21:00, quando al Mexico City Stadium scenderanno in campo Messico e Sudafrica, partita che si potrà seguire su DAZN e in chiaro sulla Rai. Potrebbe essere l’ultima edizione estiva del torneo, visto che il presidente della FIFA Gianni Infantino sta ragionando sull’ipotesi di spostarlo in un periodo con temperature più gestibili, magari a marzo o a ottobre. La domanda però riguarda l’adesso.
E l’adesso, a dire il vero, un po’ di apprensione la porta con sé. A preoccuparsi sono soprattutto i climatologi, che temono partite stravolte da condizioni meteo estreme. Non è uno scenario campato in aria: lo scorso anno, durante il mondiale per club giocato proprio negli Stati Uniti, diversi match erano stati interrotti per il caldo e per i temporali violenti che si erano abbattuti sui campi. A maggio un gruppo di scienziati di fama mondiale ha spedito una lettera aperta alla FIFA, manifestando dubbi sull’adeguatezza delle misure di sicurezza pensate per fronteggiare le alte temperature. Del resto la crisi climatica finirà per ridisegnare anche i calendari sportivi del futuro, calcio compreso. Lo stesso discorso vale per le Olimpiadi invernali, che un domani potrebbero svolgersi soltanto in Paesi affidabili dal punto di vista del meteo, per evitare di ritrovarsi prati verdi al posto delle piste innevate.
Lo studio sulle differenze climatiche tra le città del torneo
A mettere nero su bianco i numeri ci ha pensato Davide Faranda, ricercatore italiano del Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi e coautore di un lavoro dal titolo eloquente: “Esposizione ineguale alle condizioni meteorologiche tra squadre e gruppi alla Coppa del Mondo FIFA 2026″. L’analisi mette a confronto le differenze climatiche tra le varie sedi delle partite, e il quadro che ne esce non è semplice da digerire. Atleti, ma anche addetti ai lavori e tifosi, dovranno spostarsi continuamente da una città all’altra. Il rischio concreto è quello di giocare nella fresca Vancouver e poco dopo nella tropicale Miami, oppure nella desertica Guadalajara, che tra l’altro si trova a oltre 1.000 metri di altitudine.
Il vero parametro da tenere d’occhio è la temperatura di bulbo umido, una misurazione più realistica rispetto al termometro classico perché tiene conto anche dell’umidità presente nell’aria. Superata una certa soglia, il corpo umano fa fatica a raffreddarsi e il colpo di calore diventa una possibilità tutt’altro che remota. Lo studio segnala che in città come Kansas City, Atlanta e Miami si andrà ben oltre il valore ideale di 26°C, con punte intorno ai 35-36°C di temperatura secca. E negli stadi dotati di climatizzazione la situazione non migliora poi così tanto: gli sbalzi termici possono creare grattacapi non solo ai calciatori, ma anche al pubblico sugli spalti.