Il riconoscimento facciale di Meta non è più soltanto un’ipotesi sul tavolo, ma qualcosa che gira già dentro l’app Meta AI, installata su oltre 50 milioni di dispositivi, senza che nessuno abbia avvisato gli utenti. L’analisi del codice dell’applicazione ha tirato fuori una funzione chiamata internamente NameTag, capace, una volta attivata, di trasformare gli occhiali smart dell’azienda nello strumento perfetto per identificare chiunque finisca davanti alla fotocamera. E la verifica non arriva da una voce isolata: due ricercatori di sicurezza esterni hanno confermato il tutto in modo indipendente.
Cosa fa davvero NameTag e perché preoccupa
Il punto più scomodo della vicenda non è tanto che la funzione esista, quanto la distanza tra parole e fatti. Ad aprile Meta aveva dichiarato pubblicamente di stare ancora “valutando” se introdurla, promettendo un approccio “molto ponderato”. Peccato che già da gennaio i componenti principali del sistema fossero finiti sui telefoni delle persone. Una bella differenza tra il dire e il fare.
Sul piano tecnico, NameTag prende i volti ripresi dagli occhiali e li converte in firme biometriche uniche, i cosiddetti faceprint. Questi vengono confrontati con un database salvato sul dispositivo, che riceve aggiornamenti dai server di Meta. Quando c’è una corrispondenza, parte una notifica. Gli altri volti, quelli non riconosciuti, vengono ritagliati, indicizzati e archiviati in una cartella chiamata “pending”. Tre modelli di intelligenza artificiale sono già presenti sui telefoni degli utenti: uno individua i volti, uno li ritaglia, uno li trasforma in dati biometrici.
A dimostrare che la macchina funziona ci ha pensato il ricercatore Buchodi, che ha testato la pipeline aggiungendo un solo faceprint al sistema, usando una foto del filosofo Michel Foucault. Risultato: “Person recognized”. Cooper Quintin della Electronic Frontier Foundation ha osservato come la funzione, pur non ancora aperta ai consumatori, sembri quasi pronta, lasciando intendere che Meta abbia di fatto creato la capacità di trasformare i propri clienti in una rete di sorveglianza distribuita.
Promesse, multe e un passato che pesa
Una versione di maggio dell’app ribattezza la funzione per gli utenti come “Connections”, con l’invito a “ricordare le persone che hai incontrato”. Non si sa ancora chi finirà nel database di riconoscimento, come verranno costruiti i profili, né quante persone saranno effettivamente identificabili. Interrogata sulla questione, l’azienda ha risposto tramite il portavoce Ryan Daniels, parlando di “reportage sensazionalistico” e ribadendo che nulla è stato distribuito ai consumatori, che nessuna decisione finale è stata presa e che non si sta costruendo alcun database centrale di volti.
La dichiarazione, però, fa a pugni con quanto emerge dal codice: il sistema è progettato proprio per scaricare i faceprint dai server di Meta e conservarli sui dispositivi. L’azienda potrebbe obiettare che un lavoro in corso non equivale a una versione definitiva, e tecnicamente avrebbe ragione.
A rendere la storia più pesante c’è il passato. Nel 2021 Meta aveva annunciato la chiusura del suo sistema di riconoscimento facciale su Facebook e la cancellazione di oltre un miliardo di faceprint, dopo anni di critiche. Lungo la strada ha pagato circa 600 milioni di euro per un accordo in Illinois e quasi 1,3 miliardi di euro con il Texas per raccolta illecita di dati biometrici. Secondo documenti interni, l’azienda aveva pianificato di rilanciare la funzione in quello che definiva un “ambiente politico dinamico”, scommettendo sul fatto che i critici sarebbero stati distratti da altro. Il nodo resta lo stesso: gli occhiali smart, compresi i modelli Ray-Ban Meta, non sono più un gadget di nicchia, e normalizzare il riconoscimento facciale su questi dispositivi significherebbe ridefinire cosa è accettabile nello spazio pubblico.