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Lukis Anderson è stato arrestato con un’accusa pesantissima, quella di aver ucciso un uomo che non aveva mai incontrato in vita sua. Nessun legame, nessuna conoscenza in comune, nessun motivo apparente. Eppure gli investigatori erano convinti di avere tra le mani l’elemento decisivo, perché il suo DNA era stato trovato sotto le unghie della vittima. Una traccia genetica che sembrava inchiodarlo senza appello e che invece, a guardarla meglio, raccontava una storia molto diversa da quella immaginata all’inizio.
Per capire la portata della vicenda bisogna mettersi nei panni di chi si è visto piombare addosso un’accusa di omicidio per un fatto di cui non sapeva nulla. Non si parla di un sospettato che conosceva la vittima o che frequentava gli stessi ambienti. Anderson con quell’uomo non aveva mai scambiato una parola. Il suo nome era entrato nell’indagine per un solo motivo, quel profilo genetico rimasto impresso proprio dove gli inquirenti meno se lo aspettavano.
Una prova che sembrava schiacciante
Quando la polizia ha comunicato ad Anderson di aver individuato il suo materiale genetico sulle unghie dell’uomo assassinato, il quadro appariva chiarissimo. Agli occhi di chi indaga una traccia biologica in quel punto preciso pesa parecchio, perché lascia pensare a un contatto diretto con la vittima. Davanti a un dato del genere è difficile immaginare spiegazioni alternative, e infatti l’arresto è arrivato senza troppe esitazioni.
Il DNA gode da tempo di una reputazione quasi intoccabile nelle aule di tribunale e nelle sale degli investigatori. È considerato oggettivo e preciso, lontano dalle incertezze di una testimonianza o di un ricordo confuso. Proprio questa fiducia ha reso il caso di Lukis Anderson così spiazzante. Il suo stesso codice genetico, quello che dovrebbe identificare una persona senza margine d’errore, è diventato lo strumento che lo ha trascinato dentro un’indagine per un delitto che non aveva commesso.
Il problema della distanza
C’era però un dettaglio che non tornava affatto, ed era tutt’altro che marginale. L’omicidio era stato commesso a molti chilometri di distanza dal luogo in cui si trovava Anderson. Una distanza tale da rendere impossibile la sua presenza sulla scena del crimine. In pratica l’uomo non poteva materialmente trovarsi lì, eppure il suo profilo genetico sì. Una contraddizione netta, di quelle che mettono in crisi un’intera ricostruzione.
Ed è proprio qui che la vicenda prende una piega quasi paradossale. Il DNA di Anderson lo ha di fatto “incastrato”, come se qualcuno avesse costruito ad arte una prova contro di lui. Nessun complotto però, nessuna manomissione voluta. Solo una traccia genetica arrivata dove lui non era mai stato, sulle unghie di un uomo che non aveva mai conosciuto e in un luogo lontano da quello in cui si trovava nel momento in cui veniva commesso il delitto.
La storia di Lukis Anderson parte quindi da un arresto che sembrava fondato su basi solidissime e da una prova genetica che per gli investigatori non lasciava spazio a dubbi. Tutto si regge su quel campione trovato sotto le unghie della vittima, considerato all’inizio il tassello capace di chiudere il caso. Il punto debole stava altrove, in quei molti chilometri che separavano il presunto colpevole dal luogo in cui l’uomo era stato ucciso.
Fonte: TecnoAndroid


