Le “baldorie” infinite tra Juan Echanove e Paco Rabal sono ormai parte del mito che l’attore spagnolo, oggi sessantacinquenne, continua a raccontare con un affetto che non si è mai spento. Nonostante trentacinque anni di differenza, i due erano amici veri, di quelli che finiscono a passare giorni interi insieme senza sapere bene come né perché. E una di quelle serate, come ha ricordato lo stesso Echanove, si concluse nel modo più assurdo possibile, seduti in mezzo a una comunione di gente sconosciuta.
Un paio di anni fa, mentre ritirava il Premio José Sacristán per la sua carriera, Echanove aveva detto una frase che rende bene l’idea del legame. “Paco Rabal abita nella mia memoria e da lì non me lo tirano fuori nemmeno con l’acqua bollente”. Rabal, scomparso venticinque anni fa, nel 2001, viene considerato dall’attore uno dei suoi grandi maestri, una figura decisiva per la sua formazione come interprete.
I due avevano lavorato insieme più volte. Ma al di là del set, quello che li univa erano soprattutto le risate e le lunghe nottate senza fine.
Quattro giorni di festa finiti in una comunione
In una vecchia intervista del 2007, Echanove aveva raccontato nel dettaglio com’era fatto il suo amico. Un dettaglio che sorprende, visto il tenore delle serate. “Paco era un tizio assolutamente contrario, e per di più si arrabbiava un sacco, al fatto che si prendessero droghe. Non ne passava una. Cioè, non esisteva la cocaina, non esistevano le pastiglie, non esistevano gli spinelli. Esisteva solo l’alcol, il mangiare e il tabacco”.
E allora la notte prendeva forma così, un cubata dietro l’altro. “Quando eri ormai mezzo morto finivi in un posto dove arrivava una signora molto simpatica e ti dava dei ceci. Poi finivi a Embajadores, in un locale dove prendevi un caffè con i churros e qualche bicchierino di acquavite, e diceva: adesso andiamo a casa di un mio amico dove stanno cantando flamenco e ci inviteranno a cantare flamenco”.
La “baldoria” più leggendaria durò quattro giorni. Tutto cominciò una sera, quando Echanove, uscito da uno spettacolo teatrale, era entrato in un locale solo per comprare le sigarette e lì si era imbattuto in Rabal. “Quel giorno dei quattro giorni per me fu come un viaggio iniziatico. Ricordo un giorno che erano tipo le 12 di mattina, all’hotel Claridge, in mezzo a una comunione”.
Cosa ci facessero lì, nemmeno lui lo sa spiegare. “Siamo arrivati perché uscivamo da chissà quale bettola e allora ne abbiamo approfittato per prendere un altro bicchierino al bar dell’hotel, e c’era una comunione e siamo finiti seduti lì. Paco Rabal e io e tutta una famiglia in una comunione”.
Il bello è che nessuno diceva niente. “Si alzavano e gli dicevano: Don Paco, come sta? E lui rispondeva: no, continuate, continuate, non preoccupatevi per noi”, raccontava Echanove, che all’epoca non era ancora conosciuto. Aveva “una faccia da allucinato, uno che erano quattro giorni che beveva e che dubitava di uscirne vivo”. Eppure il ricordo resta dolce. “Mi sentivo come se la fortuna mi avesse sorriso, come se la fortuna mi avesse messo lì in quelle notti con Paco Rabal“.