L’uso intensivo di Instagram potrebbe spingersi ben oltre la semplice percezione del proprio aspetto fisico. Un nuovo studio mette sul tavolo un’ipotesi che fa riflettere parecchio, ovvero che passare tanto tempo sulla piattaforma possa toccare i meccanismi cerebrali legati al senso di identità. Detta in modo crudo, alcune persone potrebbero arrivare a percepire come proprio il volto o il corpo di qualcun altro.
Il punto di partenza è qualcosa che riguarda molti giovani, cioè l’insoddisfazione verso il proprio corpo. Si tratta di una delle preoccupazioni più discusse quando si parla di salute mentale ed emotiva, in una cultura dove l’aspetto fisico pesa eccome nella costruzione dell’identità personale e nei rapporti con gli altri. Gli specialisti ricordano che il malessere legato al proprio aspetto viene considerato oggi un fattore di rischio per disturbi come depressione, ansia sociale, bassa autostima e vari disturbi del comportamento alimentare.
Quando lo specchio dei social distorce l’immagine di sé
Piattaforme come Instagram possono peggiorare la situazione, perché funzionano come spazi dove l’aspetto fisico resta sempre esposto e sottoposto a giudizio attraverso metriche di interazione, popolarità e visibilità. A questo si aggiunge il confronto continuo con immagini idealizzate e standard estetici spesso irraggiungibili, che molti provano a riprodurre con filtri e strumenti di editing capaci di alterare il proprio viso. La combinazione di tutti questi elementi può aumentare la pressione percepita sull’aspetto fisico, alimentando una maggiore insoddisfazione corporea e un giudizio più severo verso se stessi.
Da qui è partito un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha voluto capire se questi fenomeni possano incidere sul modo in cui le persone costruiscono la propria identità. L’idea di base era che l’esposizione continua a selfie altrui, volti modificati dai filtri e rappresentazioni digitali sempre più uguali tra loro potesse indebolire la capacità di riconoscere la propria unicità. Giuseppe Riva, coautore dello studio, lo spiega così. È attraverso il volto che ci riconosciamo allo specchio, costruiamo la nostra individualità e veniamo riconosciuti dagli altri. L’associazione non nasce in una rappresentazione corporea qualsiasi, ma proprio nella parte del corpo più legata al senso di chi siamo.
L’esperimento con la realtà virtuale
Per il test sono stati reclutati 95 giovani adulti, in gran parte donne, con un’età media di 26 anni. Il 38% ha dichiarato di aver avuto qualche problema psicologico nel corso della vita. In media i partecipanti accumulavano circa otto anni di uso di Instagram, pari quasi al 30% della loro aspettativa di vita, con un tempo di connessione giornaliero vicino ai 63 minuti. Solo il 12,6% ha detto di usare i filtri di bellezza in modo occasionale.
I giovani sono stati sottoposti a due esperienze di realtà virtuale costruite per generare le cosiddette illusioni corporee, una tecnica usata in neuroscienza per misurare fino a che punto una persona arrivi a sentire come proprio il viso o il corpo di un altro. Nel primo esperimento osservavano il volto di uno sconosciuto mentre veniva accarezzato su una guancia, ricevendo nello stesso momento lo stesso stimolo fisico. Nel secondo guardavano un avatar in prima persona mentre ricevevano tocchi sincronizzati sull’addome, in coincidenza con quelli visti sul corpo virtuale.
Un fenomeno di dose-risposta
I risultati hanno mostrato un fenomeno di dose-risposta che, secondo gli autori, non era mai stato documentato prima. Più era alta la frequenza e la durata dell’uso della piattaforma, più cresceva la probabilità che i partecipanti riconoscessero come proprio il volto mostrato durante le prove. Un dato che gli studiosi giudicano rilevante, visto che il volto resta uno degli elementi più distintivi dell’identità umana.
Col tempo questo potrebbe contribuire all’erosione dell’identità corporea. I risultati, scrivono gli autori sulla rivista Computers in Human Behavior, mettono in luce una nuova via attraverso cui i social possono plasmare l’autopercezione, non alterando l’immagine corporea, ma interrompendo l’integrazione delle esperienze corporee interne ed esterne. Gli stessi ricercatori chiariscono che il lavoro non dimostra un nesso causale tra uso di Instagram e problemi di salute mentale, e che il comportamento osservato non implica per forza conseguenze negative.
Maria Sansoni, dottoressa in Psicologia e autrice principale dello studio, fa notare un aspetto generazionale. I partecipanti appartengono alla prima generazione cresciuta con i social, che ha iniziato a usarli verso la fine dell’adolescenza integrandoli nella vita quotidiana per quasi un decennio. Se già in questi giovani adulti emergono associazioni con processi fondamentali per la costruzione dell’identità corporea, la domanda riguarda le nuove generazioni e i nuovi adolescenti, che entrano in contatto con queste tecnologie a un’età sempre più precoce e per periodi sempre più lunghi.