Sono passati esattamente dieci anni da quando Il libro della giungla di Jon Favreau arrivò nelle sale, e ancora oggi quel film rappresenta il punto più alto mai raggiunto dai Live Action Disney. Lo fu per equilibrio narrativo, profondità tematica, potenza estetica, e per la capacità rara di trattare le questioni più delicate dell’opera originale superando i limiti inevitabili del Classico del 1967. Fu un trionfo enorme, di critica e di pubblico. Peccato che la Disney, da quel momento in poi, non abbia saputo trarne alcuna lezione. E i risultati, purtroppo, si sono visti.
Quando Il libro della giungla uscì nel 2016, fece gridare al miracolo. Favreau riuscì a superare ogni scetticismo, creando qualcosa che non era soltanto una versione visivamente più potente del film animato, ma una rilettura capace di affrontare tematiche politiche, esistenziali, scottanti, senza farsi schiacciare dall’ambiguità del lascito letterario di Rudyard Kipling, figura ai nostri occhi spesso controversa. La Disney aveva da poco inaugurato il suo nuovo corso di Live Action, e l’inizio era stato sfavillante. Solo l’anno prima era arrivato Cenerentola di Kenneth Branagh, considerato da molti un altro piccolo capolavoro. Non semplici remake, ma riletture fedeli alla matrice letteraria, moderne nel ritmo e nell’atmosfera, senza diventare quegli sgraziati monumenti alla decostruzione a tutti i costi che sarebbero arrivati dopo.
Il libro della giungla rappresentò l’apice di quel processo. Favreau, in qualità di regista e produttore, portò una visione precisa. La sceneggiatura di Justin Marks, unita a una caratura estetica senza precedenti, fece il resto. Il film, convertito in 3D in post produzione, combinò la motion capture con la CGI più avanzata disponibile all’epoca. Mai prima di allora la giungla era stata rappresentata in modo così ricco e vivido, con un world building che andava oltre la classica antropomorfizzazione, creando una via di mezzo perfetta per rendere ancora più credibile la storia di Mowgli. Il volto del piccolo Neel Sethi, un Mowgli davvero eccezionale, restava sempre al centro di un universo in cui ogni animale, amico o nemico, diventava metafora dei pregi e dei difetti dell’uomo e della società.
Nel 2026 possiamo tranquillamente accettare che Kipling avesse una visione profondamente razzista e paternalistica della colonizzazione e dell’imperialismo britannico. Il libro della giungla di Favreau non nascose questa problematicità, anzi la rese parte del racconto. Quando Idris Elba dava voce a Shere Khan, accusando l’uomo di essere una calamità per la natura, era difficile non dargli ragione. Eppure restava un villain terrificante, infaticabile, astuto, convinto di essere nel giusto nel voler eliminare Mowgli. Il cast era straordinario: oltre a Elba, il doppiaggio poteva contare su Scarlett Johansson, Christopher Walken, Ben Kingsley, Giancarlo Esposito, Lupita Nyong’o, Bill Murray. Il protagonista non era più un figlio prodigo che torna alla civiltà, ma il simbolo dell’equilibrio tra uomo e natura, capace di usare il fuoco e l’ingegno per proteggere chi ama.
Un film che purtroppo è rimasto un’eccezione assoluta
Il messaggio ambientalista veniva sviluppato con naturalezza, senza sacrificare l’intrattenimento. Sequenze come quella dedicata a King Louie, il salvataggio del piccolo elefante, l’incendio nella giungla: un caleidoscopio di luci e colori, vera pittura in movimento. Il libro della giungla parlava di pregiudizio, della paura che prende il posto della ragione, dell’incapacità di andare oltre schemi rigidi. Affrontava il mito dell’uomo forte, la manipolazione delle masse, il libero arbitrio. Elementi che lo rendono per molti aspetti superiore anche all’originale animato, perché più completo e meno rassicurante.
Dopo dieci anni, Il libro della giungla resta il simbolo perfetto di tutto ciò che la Disney avrebbe potuto fare con i Live Action e invece non fece. Già da La bella e la bestia si notò un deterioramento artistico impressionante. Da Dumbo ad Aladdin, da Lilli e il Vagabondo a La Sirenetta, passando per Mulan e Biancaneve, la lista dei Live Action successivi è fatta al 90% di film sbagliati, incapaci di generare un minimo di sense of wonder. Riletture gratuite, estetiche blande, assenza di impronta autoriale.
Va ricordato anche il difetto di aver pensato che eliminare i cattivi fosse un’idea fantastica. Questi film avrebbero fatto più parlare di sé per le polemiche sui casting che per i risultati artistici. Come ricordato a denti stretti dall’ex CEO Bob Iger l’anno scorso, i Live Action avrebbero finito per mettere da parte l’intrattenimento di qualità. Il libro della giungla non ebbe mai quel tono paternalista o moralista delle produzioni successive. Fu capace di farsi carico dell’ambiguità, di porre domande più che avere l’arroganza di dare risposte. Ora la Disney sta ridimensionando il corso dei Live Action, accantonando Robin Hood, Maleficent 3, Gli Aristogatti, con la promessa di tornare a essere selettiva e insistere sulla qualità del singolo progetto.